Mentre in Italia è stata appena bocciata la legge sulle quote rosa, negli Stati Uniti c’è chi alza la voce per combattere la disparità di genere, fenomeno sempre più avvertito nella società, soprattutto per quanto riguarda l’ambito lavorativo.

Ban Bossy è la campagna anti discriminazione lanciata da Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook , nonché nota attivista per i diritti delle donne. Già nel marzo 2013, il suo libro Facciamoci avanti aveva sollevato il problema della leadership femminile, da cui nacque l’organizzazione no profit Lean In, per aiutare le donne a rafforzare la loro voce nel mondo del lavoro. Sulla scia del successo ottenuto, Sheryl ha deciso di lanciare un nuovo appello per le donne, partendo però dalle bambine, in vista del loro futuro.

La campagna si prefigge innanzitutto l’eliminazione di una parola, bossy, ossia prepotente, con cui la donna viene solitamente identificata nel momento in cui mostra di avere un carattere tosto, intraprendente e ambizioso. Un definizione, che secondo Sheryl insegna alle donne a restare indietro, in una posizione subordinata rispetto al mondo maschile, senza il coraggio di far sentire la propria voce, pur avendo tutte le capacità per farlo. Lo stereotipo di genere riconosce infatti il leader nel maschio, aggressivo e deciso, che occupa quindi una posizione di potere che per il pensiero comune non può essere attribuito anche a una donna.

“Quando un ragazzino si afferma, viene chiamato “leader” − recita il claim della campagna − eppure, quando una bambina fa la stessa cosa, rischia di essere etichettata come “prepotente” (bossy). Le parole come questa lanciano un messaggio: non alzare la mano e non parlare. Insieme possiamo incoraggiare le bambine a farsi avanti”.

Una campagna a cui hanno risposto in qualità di testimonial Beyoncè, Condoleezza Rice, Jane Lynch e Diane von Furstenberg, per dimostrare che il coraggio fa delle donna un vero leader e che la prepotenza non la caratterizza. Anche Mark Zuckerberg ha mostrato il suo appoggio dichiarandosi orgoglioso del lavoro che Sheryl e Lean In stanno facendo per supportare la leadership delle ragazze.

Non tutti però sembrano essere d’accordo, perché c’è chi ritiene che non basti mettere in atto una semplice pulizia linguistica per eliminare un problema con radici molto più profonde e complesse. Le parole però sono importanti e l’attenzione che si pone nell’utilizzarle in alcune occasioni può fare certamente la differenza.

“I’m not bossy. I’m the boss”. Sono le parole conclusive della campagna, poche sempici parole pronunciate con forza, per sottolineare che la parola “capo” non è più un’esclusiva del mondo maschile.

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