Al Senato arriva riforma Costituzione. Parlamentari scendono a 750

    La commissione affari costituzionali del Senato ha dato ieri sera parere favorevole al ddl di riforma costituzionale, secondo i punti concordati lo scorso febbraio nel famoso vertice dell’ABC (Alfano-Bersani-Casini). Si tratta di una revisione della Costituzione in più punti, alcuni dei quali di notevole interesse popolare. Anzitutto, scende il numero dei parlamentari. Dagli attuali 945 (630 deputati alla Camera e 315 senatori al Senato), essi sarebbero ridotti a 750 (500 alla Camera e 250 al Senato), più 12 eletti nelle circoscrizioni all’estero. Non un vero dimezzamento, ma almeno potremmo parlare di una bella sforbiciata. E la cosa più importante è che finalmente, dopo l’ok della commissione, la riforma dovrà fare il suo sbarco all’Aula del Senato e pare che l’accordo, nonostante tutto, stia reggendo.

    Ma vediamo anche gli altri punti qualificanti dell’accordo approvato ieri in commissione. Anzitutto, una triste postilla sarebbe aggiunta nella Carta Fondamentale, ossia il dovere dei parlamentari di partecipare ai lavori in aula. Come dire, si ribadirebbe in Costituzione un fatto ovvio, ma che in Italia tanto scontato non è.

    Altro punto molto importate è quello che riguarda la cosiddetta “sfiducia costruttiva”, istituto esistente in Germania, da cui è stato ripreso. In sostanza, qualora anche solo una delle due Camere dovesse sfiduciare il premier, questi potrebbe salire al Quirinale e chiedere al presidente della Repubblica di sciogliere il Parlamento e tornare al voto. Tuttavia, ciò potrà essere evitato se entro venti giorni dalla richiesta, le Camere sono in grado di fare il nome di un altro premier. In sostanza, quindi, nella mozione stessa di sfiducia al premier potrebbe essere necessario indicare l’alternativa immediata al capo del governo in carica. Una sorta di norma anti-ribaltone o meglio di istituto che eviti che si facciano salti nel buio, a tutela della stabilità di governo.

    Eliminazione del bicameralismo perfetto. Oggi, una legge deve essere approvata sempre da entrambe le Camere. Se passasse la riforma di ieri, una legge necessiterebbe solo di una Camera per essere approvata, tranne che l’altra non faccia richiesta di modifica entro 15 giorni e decida di intervenire, oppure se lo chiede il governo o un terzo dei suoi componenti. A quel punto, quindi, la legge torna alla prima Camera, dopo essere stata modificata dalla seconda, fino a quando non si perverrà a un testo conforme. Per le leggi elettorali e quelle di revisione della Costituzione è sempre necessaria l’approvazione di entrambi i rami del Parlamento.

    Tra gli altri punti, c’è poi la previsione di uno Statuto delle opposizioni, che le tuteli in ogni attività parlamentare, come era stato chiesto dall’Idv.

    Ma solo lo scorso venerdì l’ex premier Silvio Berlusconi aveva lanciato la proposta di una revisione costituzionale in senso semi-presidenziale. Il PDL non ha bloccato, tuttavia, i lavori, anche se pensa ad introdurre emendamenti sulla parte che riguarda la sfiducia costruttiva, che non si concilierebbe con un presidente eletto direttamente dal popolo.

    Su questo, il PD avrebbe molte riserve, anche se sembra disposto a trattare sul doppio turno alla francese, che è nelle sue aspirazioni da anni. Ma i veltroniani e molti della ex Margherita sarebbero disposti a trattare anche sul sistema semi-presidenziale, cosa che metterebbe Bersani e gli ex DS in particolare difficoltà.

    Secondo il segretario del PDL, Angelino Alfano, se ci fosse un accordo tra i partiti, sarebbe possibile approvare il testo delle riforme entro ottobre. Infatti, l’art.138 della Costituzione prevede il doppio passaggio in ciascuna delle due Camere, a distanza l’uno dall’altro di almeno tre mesi. Ottobre sarebbe fin troppo ottimistica come previsione, perché significherebbe che non ci sarebbero intoppi tra un passaggio e un altro e, soprattutto, che sin da oggi non ci siano mai disaccordi sul da farsi.

    Inoltre, il testo sembra confuso e si presterebbe a interpretazioni molto complesse sul punto che riguarda il superamento del bicameralismo perfetto. Non si capirebbe bene quando una legge necessita di entrambe le Camere per essere approvata o di una sola, con il rischio di lasciare tutto esattamente com’è, protesta la Lega Nord, che si batte per un definitivo abbandono del sistema attuale.

    Il nodo principale riguarda come i due principali partiti si confronteranno sul semi-presidenzialismo e la legge elettorale. Non è escluso, ad esempio, che il PDL conceda realmente al PD il doppio turno, in cambio dell’elezione diretta del capo dello stato.

    Delusione, invece, tra quanti auspicano la fine delle circoscrizioni estere. Non si vede come un italiano residente all’estero da decenni o, addirittura, dalla nascita, possa decidere sulle sorti dell’Italia. Né si può guardare positivamente al fatto che l’istituto dei senatori a vita rimanga inalterato, di fatto andando contro un sentire comune, che vorrebbe eliminare la possibilità che il capo dello stato aumenti il numero dei senatori. Ci sembra già altissimo quello dei 250 eventualmente previsto dalla riforma.

    Le incognite sono tante e lo scetticismo è altissimo. L’unico dato che farebbe sperare timidamente a una buona riuscita di questo percorso è il fatto che oggi come mai le istituzioni sono pressate da un’opinione pubblica inferocita. Basterà?

     

     

     

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