Alla riforma della Carta

“È ora possibile e necessario affrontare il compito di un sapiente rinnovamento del nostro ordinamento costituzionale, in coerenza con i suoi valori fondanti”, Giorgio Napolitano torna ancora una volta ad incalzare la politica insistendo sulle proposte di riforme elaborate dalla commissione dei saggi, gli esperti da lui chiamati a mettere a punto un progetto di riforma delle istituzioni repubblicane. Anche “alla luce della scelta europea” e “in direzione di una Europa di pace e di progresso” ha detto il Capo dello Stato in un convegno a Cogne, la via maestra – così fra l’altro si intitola il suo libro-intervista da poco uscito in libreria – è quella di una riforma della Carta costituzionale senza metterne in discussione i presupposti fondamentali.

E forse non è un caso che le ultime parole del Presidente della Repubblica siano state pronunciate in un convegno italo-francese. In Francia infatti già da decenni, con la riforma voluta da Charles De Gaulle, la Costituzione è stata modificata in senso semipresidenzialista. In Italia, invece, se ne parla da una trentina di anni. Il primo fu il leader socialista Bettino Craxi, che dalle colonne dell’Avanti lanciò la “grande riforma”. Nel 2001, il centrosinistra riuscì a riformare significativamente il Titolo V in direzione di un decentramento amministrativo in sintonia con l’ordinamento della Comunità europea. Mentre nel 2005 il centrodestra approvò la sua riforma con devolution e rafforzamento dei poteri del premier bocciata in sede referendaria.

Ma la volontà riformatrice di Napolitano cui si aggiunge quella del governo Letta divide i costituzionalisti. Contrari Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky e molti altri grandi esperti accademici, i quali hanno aderito al corteo di Roma “La Costituzione: la via maestra” insieme a decine di associazioni, dalla Fiom di Maurizio Landini a Libera di don Luigi Ciotti. Secondo i promotori dell’iniziativa la Costituzione italiana non va toccata, ma attuata, perché già adesso contiene in sé stessa tutte le risposte alla drammatica crisi sociale, politica, economica e del lavoro che investe l’Italia. Gli replica sul Mattino il costituzionalista e ‘saggio’ Michele Ainis: “i principi fondamentali [della prima parte della Carta, ndr] non sono attuati perché abbiamo una seconda parte che rende difficile quest’obiettivo”.

Ed è proprio la seconda parte, quella inerente al funzionamento delle istituzioni che recepisce il principio del bicameralismo perfetto, ad essere da anni oggetto di critiche. Pensato in origine come alternativa al monocameralismo richiesto dalle forze di sinistra della Costituente che salvaguardasse l’unità della sovranità popolare, oggi quel bicameralismo perfetto è da molti individuato fra le cause delle lungaggini e delle inefficienze dei lavori e parlamentari e quindi dalla stessa funzione legislativa. C’è poi tutta la rete di relazioni fra i diversi organi costituzionali.

Secondo Ainis dei “correttivi” non stravolgerebbero la Carta ma permetterebbero addirittura la sua completa attuazione. Non sono d’accordo invece quelli che vedono nel sistema istituzionale vigente un muro insormontabile contro derive autoritarie e plebiscitarie, prova ne sarebbe l’astio di Silvio Berlusconi verso l’attuale sistema. Così però, dice Ainis, l’Italia perde “l’ultima chiamata per una svolta”.

Non mancano anche critici radicali dell’attuale Costituzione come il filosofo e politico Marcello Pera, il quale ha sempre sdegnato quel “compromesso” fra l’individualismo liberale e il collettivismo marxista presente nel dettato costituzionale che è il frutto di contingenze storiche. Pera si dice convinto della necessità di una riscrittura completa della Costituzione in senso liberale, da cima a fondo, ‘ex novo’, attraverso l’indizione di una nuova assemblea costituente.

Qualcosa di non molto diverso sembrava affascinare i simpatizzanti politici di Beppe Grillo, cioè il modello Islanda dove per via telematica i cittadini hanno partecipato direttamente alla riscrittura della costituzione, tra l’altro dopo aver rifiutato per referendum il pagamento del debito pubblico dichiarando default. Qualcosa di simile a ciò che Grillo va dicendo in giro per le piazze.
Non sembrano dello stesso avviso però i suoi eletti da settimane impegnati in una difesa intransigente della ‘Legge fondamentale’ contro la deroga dell’iter previsto dall’art.138 della Costituzione per modificarne i contenuti. “Qui viene modificata la regola delle regole” dice Rodotà, che aggiunge: “le costituzioni possono invecchiare molto bene. Quella degli Stati Uniti esiste da due secoli”.

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