Ricordo di David Foster Wallace, “re pallido” della letteratura

Sono già trascorsi cinque anni dal giorno in cui David Foster Wallace, in preda all’ennesima fase depressiva, decise di togliersi la vita nella casa che condivideva con la moglie Karen a Clermont, in California.  La sua scomparsa ha scioccato tutti coloro che sono entrati a contatto con l’universo narrativo di questo scrittore, come dimostrano i numerosi messaggi sulla rete e le letture di gruppo che si ripetono annualmente ogni qual volta si avvicina la ricorrenza della sua scomparsa.

L’interesse che ruota attorno alla figura di Wallace non può essere paragonato a quello che altri scrittori-divi hanno suscitato in passato. Dai maestri dell’assenza come il primo Palaniuk e dai mondani Hemingway e Bret Easton Ellis (che in una serie di tweet definì Wallace “lo scrittore più noioso, sopravvalutato e pretenzioso della mia generazione“) lo scrittore nativo di Ithaca si discosta quasi del tutto, col suo carattere schivo e la timidezza che lo tenevano spesso lontano dalle luci della ribalta. E allora perchè tanta gente si è appassionata a questo autore?

La domanda è ancor più legittima se si considerano le difficoltà che comporta la lettura di testi fluviali come “Il re pallido” e “Infinite Jest” (suo capolavoro del 1996) e lo stile di scrittura spesso ipertrofico, ricco di dettagli e parole tratte da linguaggi tecnici con cui infarciva saggi, romanzi e racconti vari. La risposta sta nella sensibilità dell’autore, capace di analizzare e sezionare minuziosamente gli aspetti più controversi della società contemporanea (le nevrosi, l’influenza di media e della società dello spettacolo, le dipendenze) con uno stile tragicomico e mai banale. Un’intera generazione di lettori continua a rispecchiarsi nei suoi personaggi, nella loro tragica umanità trova varie similitudini con la propria condizione,  descritta in modo mirabile da Nicola Lagioia:

I lettori sono nati in un mondo mostruosamente libero e competitivo (il nostro), tutti abbastanza colti, tutti cioè posseduti dalla cultura pop ma consapevoli della mostruosità che il pop iniziava a rivelare già alla fine del secolo scorso, tutti spietatamente inclini all’autoanalisi fino alle soglie della ridondanza depressiva, di conseguenza tutti a rischio di tracolli d’autostima, di conseguenza tutti a rischio di tracolli d’autostima, tutti capaci di ispezionare fino all’ultima molecola la composizione di un universo bidimensionale e scintillante che provoca inevitabili malesseri in chi lo abita ma che (pur lasciandosi ispezionare in questo modo) non si lascia invece attraversare. Ed eccola, la tragedia dei personaggi di David Foster Wallace: l’incapacità di toccare la cosiddetta “real thing”. O, per dirla diversamente, l’incapacità di guardare in faccia la Gorgone. Abitare un mondo perennemente acceso dalle luci dei monitor e della pubblicità e dei centri commerciali e dell’informazione giornalistica e della politica-spettacolo, avere tutti gli strumenti per capire che quel mondo rischia di minare alla base lo stesso principio di umanità di chi ne è dentro“.

Molti scrittori contemporanei vedono in Wallace un autore da prendere ad esempio. La sua erudizione su argomenti tanto disparati, unità alla pirotecnia verbale, rappresenta una pietra di paragone e un punto di riferimento: tanto per rimanere nei confini italiani, scrittori come Francesco Piccolo (che ammette senza problemi l’influenza che Wallace ha esercitato sulla sua scrittura), Christian RaimoEdoardo Bajani e Giorgio Vasta attingono dal repertorio dell’uomo di Ithaca in modo chiaro, ma la sua capacità di governare la complessità lessicale e descrittiva senza perdere di vista il fattore umano rimane ancora insuperata.

 

 

 

 

Influenza

Opere

Discusso

Ellis

Riduzione a icona

rischio di banalizzazione della sua figura

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