Barbareschi non sfonda: il suo ‘Something Good’ è un flop

Da quando il suo mandato da deputato ha avuto termine, Luca Barbareschi ha potuto concentrare tutte le sue energie, prima raccolte totalmente nelle sedute in Parlamento (proverbiale la sua presenza in Aula), per sfornare la sua terza fatica dietro la macchina da presa: Something Good.

Arrivato in sordina nelle sale (bocciato alle selezioni per il Roma Film Festival) e snobbato con decisione dagli spettatori (appena 75 mila euro di incasso in cinque giorni), Something Good è incentrato sulla figura di Matteo “Mercury” (Barbareschi), misterioso dirigente di una multinazionale con sede a Hong Kong, la Feng, che tra le altre cose fa affari col cibo contraffatto.
Matteo non si fa molti scrupoli pur di guadagnare bene, finchè non conosce Xiwen (Zhang Jingchu), una donna cinese che, dopo aver perso il proprio bambino proprio a causa di alimenti adulterati, apre un ristorante puntando sulla buona cucina. Grazie a Xiwen. Matteo a quel punto si redime e cerca di smascherare l’enorme traffico di cui, fino a quel momento, aveva fatto parte.

Sul piano tecnico, c’è da dirlo, Barbareschi, fa le cose per bene: allestisce una produzione di livello, con la fotografia affidata al maestro Arnaldo Catinari (fidato collaboratore di Virzì, Soldini e Placido) e un cast impreziosito da ottimi mestieranti, quali Alessandro Haber, Gary Lewis (visto anche in Gangs of New York di Scorsese) e Frank Crudele, con questi ultimi a sottolineare il respiro internazionale dell’opera.

Tuttavia, Barbareschi fa e disfa, perché se riesce a presentare il suo film con una dignitosissima confezione (più vicina ad uno stile europeo che nostrano), riesce già solo con la sua presenza sullo schermo ad abbassare in un sol colpo qualità drammatica e tensione percepita: è ai limiti delle possibilità umane immedesimarsi in Barbareschi personaggio, provateci. Non tanto perché guardandolo viene in mente il simpatico picchiatore delle Iene (qui si giudica l’artista), quanto perché la sua freddezza recitativa è paragonabile a quella di un automa. L’empatia latita, insomma.
Chiaro poi che Luca non faccia tutto da solo: lo stimola una sceneggiatura, firmata da lui stesso, da Anna Pavignano (varie collaborazioni con Troisi) e dal giovane Francesco Arlanch, che punta al thriller mitteleuropeo (quello francese in particolare) ma che riesce perlopiù a far accapponare la pelle. “Questa non è cucina, è una guerra” è la sintesi di un lavoro di script che definire approssimativo sarebbe un eufemismo.

Per non parlare dei messaggi che Something Good desidera lanciare. Il più chiaro pare essere che i cinesi sono perlopiù capitalisti senza scrupoli ma tra di loro si nascondono anche brave persone, che fanno “cibo di qualità”, come Xiwen.
Oppure quello sull’alimentazione sofisticata: talmente poco approfondito questo aspetto (di per sé più che interessante) che sembra invece rappresentare nient’altro che un pretesto per la love-story e per la location esotica. Sviluppando la tematica con questo approccio insomma, siamo decisamente lontani dal poter conferire a Something Good anche solo l’attributo di “film di denuncia”, cosa invece che si potrebbe fare (sempre in tema di qualità mediocre) a proposito delle opere di uno Stefano Calvagna qualsiasi.

Infine, tornando al flop accennato all’inizio, onde evitare equivoci sulla presunta pellicola impegnata non capita dal pubblico, due note a margine: il lungometraggio di Barbareschi ha ricevuto dal Ministero per i beni e le Attività culturali un finanziamento di tre milioni di euro; e soprattutto, cosa forse più inquietante, Something Good è stato distribuito in Italia in 171 copie, ventuno in più rispetto a La vita di Adele, vincitore della palma d‘oro all’ultimo Cannes.

Spielberg“, dice Barbareschi, “mi ha fatto i complimenti per questo film”. Almeno questo.

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