Barroso alla Grecia: rispettate patti o fuori dall’euro

    Una presa di posizione così dura a livello ufficiale ancora non si era registrata in questa lunga telenovela tragicomica sulla Grecia. Eppure, il presidente della Commissione europea, il portoghese José-Manuel Barroso, ieri è sembrato perdere la pazienza e ha minacciato senza mezze misure la Grecia di sbatterla fuori dall’Eurozona. “Se uno stato membro del club non rispetta i patti, allora è meglio che quello stato esca dal club”. Parole dure, taglienti, che pesano come un macigno sul corso politico ellenico, alle prese con la formazione di un esecutivo che non s’intravede all’orizzonte, dopo le elezioni politiche anticipate di domenica scorsa.

    La minaccia di Barroso, che solitamente è noto proprio per la sua moderazione e la prudenza, arrivano dopo quelle pronunciate dal ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, che in un’intervista ha chiarito che la Germania vorrebbe che la Grecia restasse nell’euro, ma nessuno la potrebbe costringere a restare.

    Gli stessi aiuti concessi ieri ad Atene rappresentano una forma di pressione, affinché il Paese rispetti i patti. Sono stati erogati 4,2 miliardi, a fronte dei 5,2 miliardi previsti. L’altro miliardo i greci potranno ottenerlo, solo quando si sarà schiarito il quadro politico e ci sarà maggiore certezza sul rispetto degli impegni assunti. E tutto questo, mentre sulla stampa internazionale si parla apertamente della probabilità che la Grecia esca fuori dall’Eurozona, tanto che l’agenzia di rating Fitch ha definito “gestibile” un’eventuale fuoriuscita. Una sorta di preparazione psicologica per i mercati per quello che sta diventando sempre più un fatto inesorabile.

    Sempre ieri, poi, l’ufficio londinese dell’istituto svizzero Ubs si è cimentato nel calcolo delle conseguenze dell’uscita di un membro dall’Eurozona. Le cifre divulgate preannuncerebbero uno scenario davvero spaventoso. Se la Grecia dovesse uscire dalla moneta unica e tornare alla dracma, il costo per ogni suo abitante di questa scelta sarebbe di 9.500-11.500 euro all’anno, per almeno un decennio.

    Non andrebbe meglio a uno stato come l’Italia. Il ritorno alla lira ci costerebbe la stessa cifra pro-capite e per almeno un decennio. Questo sarebbe dovuto al fatto che il debito sino ad oggi è stato emesso in euro, ma la lira sarebbe deprezzata di un 50%, rispetto al cambio fisso attuale (1.936,27 lire per euro). In pratica, se uscissimo dall’euro, per un euro ci potrebbero volere 3.000 lire e il debito (in euro) esploderebbe in rapporto al pil. Allo stesso tempo crescerebbero gli interessi sul nuovo debito emesso, anche oltre il 10% all’anno; l’inflazione galopperebbe, con tassi annui oltre il 10%, mentre il valore delle importazioni s’impennerebbe.

    Vero è che gli stati deboli potrebbero giovarsi della ripresa delle loro esportazioni, ma questo beneficio sarebbe alleviato da un probabile innalzamento delle barriere doganali da parte degli altri stati.

    Inferiore, invece, il costo per ciascun tedesco, nel caso in cui fosse la Germania a dire addio all’euro: 6.500-8.000 euro per il primo anno, mentre dal secondo anno si ridurrebbe a non più di 3.500 euro a testa. Comunque, una cifra superiore ai mille euro pro-capite necessari, affinché i tedeschi salvino la Grecia, aggiunge lo studio Ubs.

    E oggi è il secondo giorno di incarico per il segretario socialista Evangelos Venizelos. Avrà tempo fino a domani per verificare se dispone di una maggioranza o meno, dopo che hanno gettato la spugna sia il leader conservatore Antonis Samaras, sia il leader della sinistra radicale, Alexis Tsipras.

    Ieri sera, il leader di Dimar, la Sinistra Democratica greca, Fotis Kouvelis, avrebbe aperto a un governo guidato da Venizelos. Con i suoi 19 deputati, i voti di Kouvelis sarebbero determinanti, visto che socialisti e conservatori conterebbero insieme solo 149 seggi su 300.

    Tuttavia, è necessario verificare su quali basi si potrebbe formare un nuovo governo. Dimar è contrario al Memorandum, sostenuto oggi solo da Nuova Democrazia e Pasok. Inoltre, sarebbe davvero difficile pensare che un esecutivo sostenuto anche da Dimar e dai radicali di Syriza possa arrivare lontano. Anche perché gli stessi conservatori si ritroverebbero coinvolti in un governo spostato molto a sinistra, con il rischio di perdere ulteriormente consensi.

    Se anche Venizelos dovesse gettare la spugna, il capo dello stato Carolos Papoulias potrebbe convocare tutti i leader dei partiti del Parlamento e chiedere loro di sostenere un esecutivo di unità nazionale. Senza i numeri, si tornerebbe al voto e a quel punto i sondaggi assegnerebbero un 23,7% a Syriza, che diventerebbe primo partito greco, dopo già essere avanzato clamorosamente al secondo posto, scalzando i socialisti.

    Per questo, i due partiti tradizionali non vogliono tornare al voto, ma la strada è molto stretta. Per formare un governo, bisogna trovare la quadra sulle misure di austerità per 11,5 miliardi, che entro l’estate la Grecia si è già impegnata a varare. E questo, mentre gli ultimi dati a marzo parlano di un tasso di disoccupazione al 21,3%, pari a 1,07 milioni di persone.

    Eppure, la timida probabilità che vi sia uno sbocco all’orizzonte per la crisi politica ha fatto rimbalzare ieri la borsa di Atene, che ha chiuso in positivo di oltre il 6%. Ma già stamattina tutti gli indici in Europa sono in calo, mentre si allarga lo  spread tra i BTp e i Bund tedeschi. Segno, che la prospettiva di un nuovo governo si allontana.

     

    Ricerca personalizzata