Berlusconi apre la crisi, ma i suoi ministri non sono disposti a seguirlo

Alla fine Silvio Berlusconi non ha desistito e, dopo un incontro a cui avrebbero preso parte Denis Verdini e Daniela Santanché, nel pomeriggio di ieri è arrivata la spallata definitiva alle larghe intese e all’esecutivo guidato da Enrico Letta. Cavalcando il malcontento per l’annunciato aumento dell’Iva, il leader del Pdl ha aperto la crisi ordinando ai suoi ministri di rassegnare le dimissioni. Dimissioni confermate dal vice premier Angelino Alfano e dagli altri ministri interessati non senza importanti distinguo.

“Mi dimetto per coerenza politica nei confronti di chi mi ha indicato come ministro di questo governo, ma non aderirò a questa Forza Italia” ha dichiarato il ministro dimissionario Beatrice Lorenzin, la quale in sintonia con quanto dichiarato anche da Gaetano Quagliariello, ha aggiunto: “comprendo fino in fondo lo stato d’animo di Berlusconi, ma non giustifico né condivido la linea di chi lo consiglia in queste ore”.

Lorenzin e Quagliariello non sono stati i soli a smarcarsi da una Forza Italia intenta a porre fine alle larghe intese ed in rotta perfino con il Quirinale. Anche per Maurizio Lupi “così non va. Forza Italia non può essere un movimento estremista in mano a degli estremisti. Noi vogliamo stare con Berlusconi, con la sua storia e con le sue idee, ma non con i suoi cattivi consiglieri”. L’ex ministro dei Trasporti non ha esitato ad invocare un fronte opposto a quello dei cosiddetti “falchi” capitanato da Alfano: “si può lavorare per il bene del Paese essendo alternativi alla sinistra e rifiutando gli estremisti. Angelino Alfano si metta in gioco per questa buona e giusta battaglia”.

Contrari al prevalere dei massimalisti non sono solo gli ex ministri ma molti parlamentari. Per Fabrizio Cicchitto “Berlusconi avrebbe bisogno di un partito serio, radicato sul territorio, democratico nella sua vita interna, un partito di massa, dei moderati, dei garantisti, dei riformisti” mentre nella nuova Forza Italia prevarrebbe “un linguaggio di estrema destra”.

Di diverso avviso e più in sintonia con il loro leader sono invece Sandro Bondi e Daniele Capezzone. L’ex radicale mette in guardia i suoi compagni di partito dai distinguo: “mi sento di dire con rispetto e vera amicizia ad alcuni colleghi di partito di non cadere nella trappola politico-mediatica che la sinistra cerca di costruire a proprio vantaggio”. Secondo Capezzone “lo schema è ben noto e ha già diversi precedenti: la sinistra politica e giornalistica esalta, accentua e soprattutto accende i riflettori sulle vere o presunte distinzioni nel centrodestra, poi usa spregiudicatamente chi, anche in totale buona fede, si dovesse prestare, e infine getta via i limoni spremuti”.

E se per mercoledì Letta potrebbe chiedere la fiducia alle Camere, per lo stesso Berlusconi, il quale nel frattempo sembra anche intenzionato a disertare la seduta della Giunta per le elezioni del Senato, la debacle del governo non sarebbe un dramma ma anzi, ribatte, “la stabilità è un imbroglio come lo spread”. A detta del Cavaliere infatti “quando i governi italiani duravano in media undici mesi, l’economia funzionava benissimo”.

Sembra dunque configurarsi una spaccatura all’interno del centrodestra, tra l’anima più ancorata all’esperienza delle larghe intese, che si professa convinta di poter riformare il paese tramite la supplenza di Napolitano e una Forza Italia incentrata su Silvio Berlusconi che punta a fare il pieno di voti. Un quadro che certo non lascerà senza lavoro quelle forze politiche che, dentro e fuori il Parlamento, da Casini a Monti, remano da tempo al centro e verso il Partito popolare europeo.

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