Bersani lancia allarme populismo e teme Beppe Grillo

    Il vento dell’anti-politica soffia fortissimo su tutte le istituzioni italiane. Un sondaggio pubblicato ieri ci dice che anche rispetto ai dati disastrosi di un solo mese fa, i partiti hanno subito un ulteriore calo nel gradimento popolare, scendendo dal 4% di marzo al 2% di febbraio. I già pochissimi e ultimi speranzosi nella classe politica si sono dimezzati in quattro settimane, a conferma del clima di rabbia e odio montante contro i partiti, i loro privilegi, l’immobilismo e l’inettitudine dei loro dirigenti. Se si tiene conto che quel 2% sarebbe grosso modo il numero dei militanti, ossia di coloro che a vario titolo sono coinvolti nella gestione del partito ai vari livelli, possiamo affermare senza remore che il tasso di fiducia dei partiti italiani tra i cittadini è zero. Un fatto devastante, che rende tutte le formazioni politiche poco credibili e debolissime.

    Altro dato. Solo un italiano su quattro ha ancora fiducia nel Parlamento, ossia nell’organo di maggiore rappresentanza in una democrazia. Tutte le istituzioni sono in calo, in termini di fiducia e più passano i giorni e più il clima peggiora e si avvelena.

    Ma stavolta a lanciare l’allarme dell’anti-politica è il PD di Pierluigi Bersani, che dopo avere cavalcato tutte le manifestazioni sguaiate anti-Berlusconi, oggi si ritrova vittima dello stesso marchingegno scatenato dalla propria voglia di mandare a casa il Cav. Il timore di Bersani & Co si chiama ancora Tonino Di Pietro, il quale potrebbe riservare qualche ulteriore sorpresa alle urne, sebbene sia avvertita in calo anche l’Idv, dopo il passo indietro dell’ex premier Berlusconi. E con il suo leader e padrone del partito dalla salute ultimamente cagionevole, non è certo questa formazione a fare tanta paura al PD e ai suoi dirigenti, quanto il vento ancora più populista e demagogico del comico genovese Beppe Grillo.

    Non si sa quale sia il potenziale elettorale del suo Movimento a 5 stelle, ma quel che già sappiamo è che in Piemonte nel 2010, la decisione di Grillo di non appoggiare il governatore uscente Mercedes Bresso, del centro-sinistra, è stata determinante per la vittoria storica del leghista Cota. E con le amministrative alle porte, il timore di Bersani è di trovarsi ostaggio per l’ennesima volta dell’ultimo movimento populista e chiassoso della galassia sinistroide anti-sistema.

    Beppe Grillo potrebbe raggiungere percentuali interessanti in Emilia-Romagna, laddove già alle scorse amministrative si era aggiudicato un bottino di voti non secondario. E trattandosi di una regione rossa, sarebbe una prova parziale che il comico peschi soprattutto tra gli ambienti della sinistra antagonista e delusa dalla vecchia e stanca politica dei partiti tradizionali.

    A leggere gli ultimi sondaggi Swg, pare che il partito di Bersani non sia messo affatto bene. Avrebbe il 24,9%, ossia parecchi punti in meno di qualche mese fa, pagando lo scotto di sostenere un governo così impopolare, quale quello di Mario Monti. In effetti, pur mantenendo il primato nelle rilevazioni di voto, la distanza con il PDL di Angelino Alfano sembra essersi ridotta di molto, ma a dirla tutta, nessuno dei due avrebbero di che festeggiare, visto che messi insieme avrebbero perso circa il 25% dei consensi, un quarto dell’intero elettorato.

    La stessa Sinistra e Libertà di Nichi Vendola sarebbe scesa al 6,5% dal 7% precedente. Un trend, che ha allarmato anche il suo leader e governatore della Puglia, coinvolto da qualche giorno da ben due inchieste giudiziarie sulla sanità e che rischiano di travolgerlo, insieme a tutta la vecchia politica del Palazzo di Roma.

    Nel suo blog, Grillo rincara la dose e scrive qualcosa che potrebbe anche contenere del vero, quando sostiene che forse sia il PD che il PDL siano scesi sotto il 20% dei consensi da tempo, ma che la cosa non potrebbe essere divulgata. E così, Bersani invita a non affidare l’Italia agli “apprendisti stregoni” (bella scoperta, ma tardiva), mentre Vendola paventa il pericolo di un populismo inconcludente di Grillo, che sarebbe lo stesso che avrebbe alimentato tutte le culture reazionarie.

    Come abbiamo più volte scritto, siamo alla vigilia di un terremoto politico senza precedenti, che a differenza del 1994, quando ad affermarsi fu pur sempre la coalizione politica guidata da Silvio Berlusconi, adesso potrebbe determinare un risultato non solo confuso nei numeri, ma anche nella sostanza. E sarebbe il frutto avvelenato di una stagione di malcontento ed esasperazione popolare, come mai nella storia repubblicana d’Italia.

    Alle amministrative, il grosso della torta dei sindaci e dei consigli comunali sarà spartita, con ogni probabilità, dagli stessi partiti della Seconda Repubblica, ma con possibili ribaltamenti di numeri  situazioni. Non pare, tuttavia, che i movimenti populisti in giro possano ancora graffiare più di tanto nei contesti locali, visto che l’esperienza ci insegna che a farla da padroni, in questi casi, sono più le liste civiche, ossia formazioni locali e spesso anche legate ai partiti tradizionali.

    Il vero problema si porrà tra un anno, quando non esiste un solo partito nell’attuale Parlamento, che si attenda di essere premiato dai cittadini. Solo allora vedremo quanto avranno inciso le campagne di demagogia, in atto da anni. Solo tra un anno avremo la possibilità di vedere quanto ancora più ingovernabile sarà diventata l’Italia.

     

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