BTp Italia, meno di 600 milioni di richieste in due giorni

    Il BTp Italia-2, ossia il secondo collocamento dell’inedito bond retail italiano, sta facendo un grosso flop. Inutile nasconderlo o fingere che le attese fossero così basse. Quando abbiamo già trascorso due giorni dalla data di collocamento, la domanda complessiva ammonta a 588 milioni di euro, contro richieste di 6 volte superiori, quando venne emesso il primo BTp Italia, a marzo. Certo, che non spirasse un’aria del tutto positiva lo si era capito da giorni, tanto che alla vigilia il Tesoro aveva comunicato un rendimento minimo garantito del 3,55%, ossia superiore di ben 110 punti base al 2,45% offerto a marzo. E dire che il tasso potrebbe anche salire, come avvenne già due mesi e mezzo fa, quando alla fine della fase di collocamento, esso è stato innalzato dal 2,25% inizialmente previsto al 2,45%.

    Ma cosa ha determinato il fallimento della seconda emissione di questo titolo? Anzitutto, la situazione negativa sui mercati finanziari. Quando a marzo si diede vita al primo BTp Italia, lo spread decennale tra BTp e Bund tedeschi era sul mercato secondario intorno a 270 punti base, mentre si usciva da due mesi di netta riduzione dei rendimenti all’asta sui nostri titoli, tanto che si parlava già di ritorno alla normalità, specie per la parte a breve scadenza della curva.

    Contrariamente ad allora, oggi il clima sui mercati è tesissimo. Lo spread è tornato intorno a 440 punti base, dopo avere toccato nei giorni scorsi livelli vicinissimi ai 500 bp. Sul decennale, mentre a marzo si era scesi sul secondario sotto il 5%, adesso si viaggia intorno al 5,6-6%, ma anche oltre. Dipende dalla seduta. In giro ci sono pochi liquidi, perché sono in pochi a volere investire, dato che non riesce più a capire quali titoli siano a rischio e quali no. Siamo arrivati al paradosso che i bond pubblici vengono guardati con maggiore sospetto di un’obbligazione privata. E se gli investitori istituzionali non vogliono mostrarsi colmi di titoli poco graditi sul mercato, il retail si tiene giustamente alla larga, anche perché le scadenze fiscali di giugno, Imu in testa, non consentono per il piccolo risparmiatore grossi margini di manovra.

    Un vero peccato. L’inflazione media dall’inizio dell’anno ad oggi è stata del 3,2%, che si andrebbe a sommare al rendimento minimo garantito del 3,55%, trattandosi di un titolo indicizzato. In poche parole, le cedole semestrali potrebbero garantire un rendimento lordo fino anche al 7%, tenuto poi presente che chi manterrà il titolo fino alla scadenza otterrà un premio pari allo 0,4% del capitale investito.

    Ma oltre a considerazioni di carattere “macro”, ci sono anche altri fattori “tecnici”, che spingerebbero per una cautela verso l’acquisto. Il BTp Italia-1, ossia il titolo emesso a marzo, offre un rendimento minimo del 2,45%, inferiore a quello attuale del 3,55%. Tuttavia, tale bond quota sul secondario a 96, mentre il BTp Italia-2 viene emesso alla pari, come peraltro il suo predecessore, ossia a 100.

    Ora, il rendimento effettivo lordo di un titolo è dato non solo dal tasso cedolare offerto, ma anche dalla differenza tra prezzo di rimborso alla scadenza e quello di acquisto. Se compro un titolo a 96 e mi viene pagato 100 alla scadenza, 100-96 è un ulteriore rendimento, che nel nostro caso si aggiungerà al 2,45%. Ovviamente quel 4,17% di rendimento plus (100-96/96) va spalmato sui quasi quattro anni rimanenti alla scadenza, ma a conti fatti, potrebbe risultare conveniente l’investimento nel BTp Italia-1, piuttosto che nel secondo bond.

    E non è tutto. C’è sul mercato un BTp-i, ossia un titolo indicizzato all’inflazione, con scadenza settembre 2016 (grosso modo 4 anni e tre mesi), il quale offre una cedola del 2,1%, ma quota sul mercato 90. In sostanza, in questo caso la convenienza è ancora maggiore e chiara, visto che chi acquista il BTp-i oggi lo paga 90 e tra poco più di quattro anni se lo vedrà rimborsare a 100, ottenendo un rendimento aggiuntivo di oltre l’11%, anch’esso ovviamente da spalmare su quattro esercizi. Si calcola, quindi, che per offrire un rendimento equivalente ai due bond sopra citati, il BTp Italia-2 avrebbe dovuto garantire un rendimento minimo del 3,6%, al fine di essere comparabile al BTp Italia-1 e, addirittura, del 4,4%, per essere parimenti conveniente quanto il BTp-i.

    Tirando le somme, tra periodo non azzeccato (sarebbe stato meglio rimandare direttamente a luglio o anche a dopo l’estate), valutazioni tecnici e contesto sfavorevole, il BTp Italia non starebbe portando nelle casse dello stato quanto sarebbe stato auspicabile. In più, a questi rendimenti così alti, ci si chiede se abbia ancora realmente senso puntare su questo nuovo canale diretto di raccolta, quando si sta dimostrando più costoso dei rendimenti offerti sulla stessa scadenza alle aste del Tesoro.

    Domani, quando il collocamento si sarà concluso, a meno che non ci sia un improbabile sprint sul finale della domanda, grosso modo le richieste complessive potrebbero ammontare intorno a 1,2-1,3 miliardi, lontanissimi dai 7,20 miliardi raccolti a marzo, di cui l’80% era stato il segmento dei piccoli risparmiatori. Dopo avere già cancellata dal calendario un’asta apposita, sembra a rischio anche quella prevista ufficiosamente per settembre.

     

     

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