Calciomercato: per la svolta non serve (sempre) il campione

C’è chi lo chiama calciomercato, chi mercato di riparazione. Io lo chiamerei discount o al massimo mercato delle pulci, anche se la Pulce più famosa del mondo, Messi, nonostante le speranze (mal riposte) dei tifosi non arriverà mai. È finita l’era delle vacche grasse, e questo sembra evidente ai più. I bilanci piangono, i presidenti vendono, quando sono fortunati e trovano qualcuno disposto ad accollarsi debiti e cambiali. In Francia e in Inghilterra arrivano gli sceicchi da noi, al massimo, arrivano gli editori tipo Thohir. Inutile chiedergli la luna, si tratta di un bravo uomo di affari, non di un mecenate dalle risorse illimitate.

Lontani sono i tempi in cui gli acquisti di Gennaio svoltavano una stagione: a Milano, dieci anni fa, arrivavano Seedorf e Cordoba, Adriano e Stankovic. Grandi giocatori che, ad onor del vero, cambiavano poco il corso della stagione. Quasi sempre venivano acquistati per accontentare l’allenatore e dare il contentino (parecchio costoso) alla tifoseria. Soldi buttati, investimenti e perdite che Moratti sta ancora pagando. Quando le squadre vengono costruite male a Giugno non è l’acquisto di Gennaio che ti risolleva. Al massimo sono le cessioni ad affossarti. Per informazioni citofonare a Garrone, Sampdoria. Addio Cassano, Addio Pazzini, addio Serie A. Storia di qualche anno fa.

Non sono completamente d’accordo nemmeno con gli allenatori che dicono “Se deve arrivare un top player lo prendiamo, altrimenti stiamo bene così“. La storia direbbe il contrario. Spesso sono stati giocatori inaspettati a fare la differenza nel corso di un campionato. Quando Attilio Lombardo arrivò alla Lazio nessuno pensava che sarebbe stato così decisivo per lo scudetto del Giubileo. Qualche anno fa arrivò in silenzio, a Torino, un certo Barzagli. Chi voleva il campione rimase deluso, non Conte che si ritrovò l’anno dopo uno dei difensori più forti del campionato italiano. Per tacere del tanto criticato Galliani che, tre stagioni fa, portò a Milanello Cassano (ceduto poi malamente un anno e mezzo dopo), importante ma non decisivo quanto Van Bommel ed Emanuelson, per quello scudetto milanista.

Nella stagione 2003 – 2004 il Barcellona prese in prestito Davids tra lo scetticismo generale e risalì dal nono al secondo posto. In pratica non perse più grazie all’equilibrio conquistato a centrocampo. Proprio l’equilibrio sarebbe una delle caratteristiche vincenti da inseguire nel mercato di riparazione, piuttosto che il colpo ad effetto, buono soltanto per tenere a bada il malumore di della tifoseria. Esistono infatti giocatori fortissimi che però non sono bravi a integrarsi con la squadra, con il gioco, con l’ambiente, e giocatori di profilo più basso che invece riescono a fare la differenza.

Stagione ’92/’93: L’Inter di Bagnoli fa una fatica incredibile a trovare la propria identità e annaspa a metà classifica. A gennaio il Mister della Bovisa chiede di acquistare un certo Manicone dall’Udinese. Uno che a Foggia teneva in piedi, da solo, il centrocampo super offensivo di Zeman. Moratti gli chiede se è sicuro, lui risponde di sì, che non chiederebbe di meglio per la sua squadra sgangherata. Manicone arriva in punta di piedi, l’Inter non perde più, dal decimo posto finisce al secondo, arrivando persino ad insidiare, in un derby di fine primavera, lo scudetto di un Milan troppo forte per essere vero. Antonio Manicone conquista persino un posto in nazionale, convocato dal maestro del pressing, Arrigo Sacchi.

Faccio fatica a credere che arriveranno giocatori come Lavezzi, Pastore, Lamela, Menez e compagnia bella. Io dico che resteranno dove sono, così come alla fine di un’infinita telenovela (vado all’Inter o al Milan?) restò al City due stagioni fa Tevez e si rivelò decisivo per il primo scudetto di Mancini in Premier. Prima di tutto, ahi noi, vengono le cessioni, e le cessioni avverranno. C’è bisogno di liquidità per riorganizzare i club. Non mi sorprenderei se fosse un mercato di sacrifici più che di acquisti, a parte Honda (già acquistato dal Milan). Venti anni fa questo campionato era così ambito che, pur di venire in Italia, un certo Hagi sceglieva Brescia, Zico l’Udinese, Detari l’Ancona e David Platt il Bari.

Oggi è grasso che cola se la Juventus prima in classifica riesce a trattenere Vidal e Pogba, e c’è poco da stupirsi se i campioni preferiscono il campionato tedesco, francese e persino quello turco al nostro. È lo specchio dell’economia del Paese, di un’Italia che deve inventarsi qualcosa di nuovo per tornare a livelli quantomeno accettabili di competitività. Fossi in un grande club rinuncerei alle sirene di presunti talenti che, in Serie A, hanno già giocato senza lasciare nemmeno il segno più di tanto. In Serie B ci sono diversi giocatori interessanti, che magari non faranno impazzire di gioia i tifosi al bar, ma possono dare un contributo importante ai famosi equilibri di cui sopra.

Se poi arrivassero dei campioni ne guadagnerebbe lo spettacolo (anche se temo non basterà a riempire gli stadi, ma questa è un’altra storia ndr). Proprio a Gennaio, negli ultimi giorni di mercato, arrivarono un anno fa Pepito Rossi a Firenze e Mario Balotelli al Milan. Il primo fu una scommessa. Doveva guarire da un infortunio, ambientarsi in Italia, dove praticamente aveva giocato per sei mesi soltanto, a Parma, guarda caso acquistato a Gennaio da una squadra che sembrava già retrocessa e che invece grazie alle prodezze di Pepito e alla saggezza di Claudio Ranieri si salvò. Il secondo una certezza, con la solita incognita del carattere. Se abbiamo qualche speranza di vincere i prossimi Mondiali è soprattutto grazie a loro. Due italiani internazionali, simbolo di una nuova generazione. Che in fondo non è così male.

E voi, che ricordi avete del mercato di Gennaio? Parliamone qui.

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