Caso marò, l’India rinuncia alla legge anti pirateria ma la risoluzione è lontana

È ufficiale: il governo di New Delhi ha rinunciato a perseguire i marò sulla base del famigerato Sua Act, la legge anti pirateria che prevede anche la pena di morte. Massimiliano La Torre e Salvatore Girone saranno dunque processati secondo il codice penale indiano.

Una decisione niente affatto scontata, dopo le mille anomalie che hanno caratterizzato questa delicatissima vicenda. Una svolta positiva, finalmente, ma non risolutiva, visto che i nostri fucilieri, accusati dell’omicidio di due pescatori erroneamente scambiati per pirati, rischiano comunque una condanna severa. Anche perché la seconda notizia di giornata è che per il governo indiano a formulare le imputazioni deve essere la Nia, l’unità antiterrorismo della polizia a cui è stata affidata l’inchiesta.

La difesa italiana ha ora una settimana di tempo per dimostrare che, escluso il ricorso al Sua Act, sarebbe un controsenso lasciare il caso a una struttura investigativa creata appositamente allo scopo di contrastare la pirateria, qual è, appunto, la Nia. Poi toccherà all’accusa sostenere le proprie ragioni e tra due settimane la Corte Suprema, dopo aver esaminato entrambe le posizioni, emetterà il verdetto.

La questione marò rappresenta un esame importante per il nuovo esecutivo. Renzi sogna un’Italia che torni a essere il cuore pulsante dell’Europa e un interlocutore di rilievo per chiunque in ambito internazionale. Recuperare il prestigio perduto, e con esso la capacità di farsi sentire anche a voce alta se necessario, costituisce un imperativo per l’ex Rottamatore. Che infatti, appena sciolta la riserva e presentata la squadra di ministri, ha subito telefonato ai due fucilieri esprimendo «ammirazione per la dignità dimostrata da loro e dalle loro famiglie» e il massimo impegno a fare di tutto per riportarli in patria.

La strada che il governo intende seguire, come confermato da una nota di Palazzo Chigi, sembra essere quella dell’internazionalizzazione. A chiedere di fare un passo deciso in questa direzione è anche Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari esteri del Senato: «La rinuncia del Sua Act da parte dell’India non mi incanta. Sarebbe davvero superficiale cambiare linea, fidandosi di una giustizia indiana che dopo due anni ci ha portato a questo stato. Mi auguro che il governo Renzi valuti seriamente la strada di un arbitrato internazionale» scrive il leader dell’Udc.

L’alternativa sarebbe trattare e tentare di trovare un accordo. Ma per farlo bisogna essere in due. E se l’Italia avrebbe tutte le intenzioni di trovarlo prima possibile, portando a soluzione una vicenda che dura ormai da oltre ventiquattro mesi, non altrettanto si può dire per l’India. Nel Paese asiatico le elezioni politiche si avvicinano e l’ultima cosa che il governo attuale vuole è mostrare benevolenza nei confronti degli Italiani: se lo facesse verrebbe triturato dai nazionalisti, già in vantaggio nei sondaggi. Ieri, intanto, a gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato il partito comunista del Kerala, lo Stato di provenienza dei pescatori uccisi. Secondo il segretario Pinarayi Vijayan la rinuncia al Sua Act sarebbe stata decisa per tutelare gli interessi della presidente del partito del Congresso, Sonia Gandhi, di origini italiane. L’ennesima riprova che in India i venti, almeno per il momento, non sembrano soffiare a nostro favore.

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