“Concorrenza sleale”. Una questione di Etichetta

Troppo facile parlare di “concorrenza sleale”. Persone a cui abbiamo insegnato un mestiere pagandole poco, ora che si sono rese autonome diventano “un pericolo”. Ma vivono, sopravvivono e lavorano nello stesso modo e nelle stesse condizioni in cui gli imprenditori italiani le hanno “importate” e abituate dagli anni ’70 fino ad oggi.

Hanno parlato di Far-West, di impossibilità a regolamentare i flussi di Risorse Umane per mancanza di dialogo fra Ambasciate e Paesi di provenienza. Le Autorità hanno alzato le mani, i politici hanno strizzato l’occhio alle Aziende, le Aziende hanno inamidato i loro avvocati che a loro volta hanno lustrato le loro stilografiche. Ma la Responsabilità rimane di fatto, da una parte sola.

Un altro esempio di lungimiranza di un management dal fiato corto che non ha come unico esempio il tessile pratese, ma che è arrivato ben più lontano, come ci ricorda un servizio di Report del 2010, dove nel Pesarese le grosse società distributive italiane stavano affamando i consueti fasonisti italiani, artigiani dall’altissimo livello qualitativo e competitivo, a favore di manodopera cinese.
Voltandosi dall’altra parte, hanno fatto finta di non vedere il disastro territoriale e umano che stavano producendo, ma ancor peggio, hanno permesso condizioni di vita al limite della sopravvivenza.
I nomi sono in chiaro: Poltrone e Sofà, Roche Bobois, Natuzzi.

Un altro miracolo managerial-moltiplicatorio, che permette alle Aziende della Moda e ai Grandi Distributori, di ottenere produzioni a bassissimo costo in tempi elevatissimi, marginando fino al 900%.

Qualche mattina fa, la notizia della morte di alcuni operai al Macrolotto di Prato ha fatto il giro del Paese. Troppo facile sorprendersi, indignarsi, rattristarsi. Sta di fatto che Report ne aveva parlato almeno 6 anni fa e le facce contrite di queste umanità sul filo della sopravvivenza hanno dato voce a una realtà ai limiti, hanno dato una traduzione surReale alla definizione di “Made in Italy”. Dall’altro lato, in uffici sontuosi, le facce grasse e i pensieri ingordi di Amministratori Delegati e Comunicatori Aziendali nascosti dallo scudo di impalpabili codici etici dietro i quali riparare le proprie coscienze. Nient’altro che sorde parole pagate un tanto al chilo, scritte dalla peggior specie di avvocati la cui parola “Diritti” ha sempre un prezzo, che raddoppia quando è associata al sostantivo “Umani”.

Dall’intervista di Report non si salva nessuno dei Grandi Marchi della Moda Lombardo-Toscana: Prada, Ferragamo, Gucci, Dolce & Gabbana, Valentino, Bulgari, Cavalli, Christian Dior, Ferrè… In ogni capannone in cui la giornalista è riuscita a farsi aprire e raccontare una storia, da Arzano di Napoli a Prato, emergono sostanzialmente due aspetti: che il Made in Italy si riduce ad un 30% massimo della lavorazione di un prodotto che spesso è solo assemblaggio di qualcosa che proviene da Paesi a (ancora più) basso costo di manodopera, e che una “piattina” che costa al produttore dai 15 ai 30 euro viene rivenduta al 900% del suo costo.

Tutte queste aziende dicono di aver sottoscritto accordi con sindacati e fasonisti nel rispetto delle condizioni lavorative e nella regolarità degli ingaggi contrattuali. Peccato che l’immagine fuori campo smentisca l’Amministratore Delegato mostrandoci un accessorio da uomo in mano ad uno di questi fasonisti fantasmi.
Cambio di campo: “Faremo fare controlli ai nostri ispettori”
Cambio di campo: Milena Gabanelli i controlli li ha fatti e quei fasonisti nell’arco di pochi giorni, come per incanto, non risultano avere più commesse..

Ma la riflessione che voglio fare non è nè di carattere economico, nè imprenditoriale.

Abbiamo creato leggi a sfavore di una certa immigrazione, abbiamo concesso che si formassero Partiti che istigassero al nazionalismo, abbiamo fecondato idee che osteggiassero le diversità a favore di un appiattimento di idee e un gioco al ribasso delle economie. Ho sentito parlare di genitori che ritiravano da scuola i loro figli perchè inseriti in classi dove “gli extracomunitari ritardavano l’apprendimento”. E’ servito solo a regalare voti a persone senza cultura e ad animare una cultura che non tenesse conto che quelle, sono Persone.

Persone che stanno nascendo nel nostro Paese, che vivono in mezzo a noi e che non riusciamo ad integrare.

“La commozione è arbitraria, anche in mezzo a una tragedia vi sopraffà con un dettaglio. Sul pavimento nero di acqua e cenere erano i bottoni: centinaia, migliaia di bottoni disseminati di ogni misura e colore. Archeologia contemporanea, un tappeto di bottoni alla deriva per una Pompei di cinesi a Prato. Un’altra cosa colpiva e quasi esasperava: che, di qua dai cordoni tesi per proteggere la fatica dei soccorritori, gli italiani –e telecamere fotografi e cronisti- stessero nei propri capannelli, e i cinesi, giovani quasi tutti, donne e uomini, e qualche bambino, nei loro. Eppure faceva molto freddo e tirava un gran vento, lo stesso freddo e lo stesso vento per cinesi e italiani.

Non credo né al cinismo né all’ottusità, piuttosto a un’abitudine a pensare che gli altri non vogliano avere a che fare con noi, che se ne stiano fra loro. Lo pensiamo senz’altro dei cinesi –non senza buone ragioni- e probabilmente lo pensano i cinesi di noi, e anche loro hanno qualche ragione… Però ieri erano lì per i loro morti, e bisognava andargli in mezzo, dar loro la mano, abbracciarli, con rispetto, ma senza esitazione. Si sarebbe scoperto che erano pronti a fare altrettanto. Che avrebbero usato il loro italiano, quelli che ce l’hanno, per dirvi che là c’era un fratello, uno zio, una cugina, e se sapeste niente dei morti, quanti, e come si chiamassero. Sarebbe stato il giorno di una tragedia terribile, ma anche il giorno in cui gli italiani e i cinesi si abbracciarono. Forse però lo si è fatto, e comunque oggi si è ancora in tempo.”

Adriano Sofri entrando nella fabbrica di Prato, poche ore dopo l’incendio.

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