Simeone è stato chiaro: l’Atletico è una squadra in stato di grazia perché conosce la propria forza, ma anche i propri limiti. Cinque minuti prima, alla stessa emittente televisiva, Diego Costa, bomber colchoneros, aveva usato le stesse identiche parole. Un mantra, evidentemente. Una frase ripetuta spesso nello spogliatoio, forse fino alla nausea. I nostri limiti. L’Atletico ha colpito per l’umiltà, per la coesione del gruppo, per la grinta dei suoi condottieri. In campo e in panchina. Persino il collaboratore di Simeone, El Mono Burgos, si presenta come un combattivo. È un valore del club la combattività, rispetta il dna dei colchoneros.

Per una volta mettiamo da parte la parola programmazione, tanto abusata in Italia, e parliamo di consapevolezza. L’Atletico è una squadra consapevole. Quante squadre consapevoli ci sono nel nostro campionato? Lo è la Juventus? Lo è il Milan? E il Napoli? Probabilmente no, nel bene e nel male. In qualunque settore del mercato conoscere i propri limiti è il modo migliore per lavorare sui propri difetti e migliorarli. Non ammetterli, nascondersi dietro gli errori degli altri, soprattutto quelli degli arbitri, è invece tipico delle nostre Società. E di alcuni nostri campioni. Per capire a chi mi riferisco continuate pure a leggere.

Non a caso per il terzo anno di fila usciamo dalla più prestigiosa competizione europea prima delle semifinali. Sì, mi direte che la colpa è della crisi, ma sarei curioso di vedere i conti economici dell’Atletico che, detto per chiarezza, negli ultimi 5 anni ha vinto due volte l’Europa League, una volta la Supercoppa Europea e qualche trofeo nazionale. Inutile guardare l’esempio del Bayern Monaco, una squadra che ha risorse economiche immense rispetto alle Società italiane, ma attenzione a non sottovalutare un aspetto.

Quanta differenza tecnica c’era tra il Bayern e l’Inter nella finale del 2010? Ve lo dico io, anzi ve lo dice il risultato. Non ci fu partita. Il Bayern stava costruendo, l’Inter stava arrivando. Non parliamo di un secolo fa, sono passati appena 4 anni, un secolo calcistico. Il tempo di non buttare via i soldi, puntare sui giovani, costruire una credibilità (anche con le Banche) e diventare un punto di riferimento per l’Europa. Non prima di aver perso due finali: una, amarissima, in casa. Perché nel calcio si perde e si rialza la testa senza smontare tutto alla prima difficoltà.

E se non si hanno i soldi del Bayern o i debiti del Manchester e del Barcellona urge puntare sui vivai, sull’allenamento (perché arriviamo sempre secondi sul pallone?) o, come dice Simeone, a mio parere uno dei 10 allenatori top del mondo in questo momento, sulla conoscenza dei propri limiti. Perché la crisi economica che attanaglia l’Italia potrebbe essere la scusa dei giorni nostri. O siete convinti che vinceranno sempre i più ricchi? Mi piacerebbe vedere, ai quarti, una sfida tra Atletico Madrid e Paris Saint Germain. Siete sicuri che i francesi conoscano i propri limiti? Magari pensano di non averne. Per informazioni citofonare a casa Ibrahimovic, un Balotelli più maturo e più rock.