Coppia gay adotta 6 fratellini rimasti per 5 anni in orfanotrofio: nessuno li voleva

steve mclean

Mentre in molte parti del mondo per gli omosessuali continuano a non esistere diritti civili, o ad esistere diritti civili per così dire “a metà”, ci sono aree in cui invece le coppie gay hanno fondamentalmente gli stessi diritti delle coppie eterosessuali.

A darcene prova, due uomini della Pennsylvania, i quali sono riusciti ad adottare la bellezza di 6 fratelli che sono stati rinchiusi per 5 anni in un orfanotrofio perché tutte le altre famiglie, eterosessuali, non ne volevano sapere di prenderli con sé. Il motivo? Perché era troppo impegnativo adottare “in blocco” tutti e 6 i bambini che, dal canto loro, non avevano alcuna intenzione di vivere separati.

Per fortuna sono arrivati Steve Anderson-McLean e Rob Anderson-McLea, due uomini fidanzati ormai da 18 anni che hanno deciso di accoglierli nella loro vita, inteneriti soprattutto dalla storia che stava dietro a quei bambini: i 6 fratelli furono vittime di abusi per molto tempo, e per questo motivo sono poi finiti in un orfanotrofio alla ricerca di una nuova famiglia.

Dopo un anno di affido, dal mese scorso Steve e Rob sono così diventati padri di Carlos, Guadalupe, Maria, Selena, Nasa e Max, di età compresa tra i 7 e i 14 anni. “Ci siamo innamorati di loro al primo istante – hanno dichiarato i due uomini -. Per noi è stato semplice farli sorridere. Venivano da una storia davvero brutta e triste, avevano subito abusi dai loro genitori naturali”.

Steve e Rob hanno raccontato che il giudice un giorno ha chiesto loro se fossero realmente convinti di adottare la bellezza di 6 bambini. “Ovviamente ne eravamo consapevoli – hanno risposto -, ma quando abbiamo incrociato i loro sguardi c’è stato un turbinio di emozioni. Non avremmo mai immaginato di essere così fortunati. Dopo la prima settimana che sono stati a casa nostra, i bambini già ci avevano chiesto di poter restare con noi per sempre. Addirittura il piccolo Max, di 7 anni, ci ha chiesto se per caso potessero essere “disadottati”. In loro c’era la paura che un giorno avrebbero potuto non essere più nostri figli!”.

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