David Stern e il cambio della guardia in Nba

Un piccolo avvocato di New York che per 30 anni ha controllato da padre e padrone la lega dei giganti: non potrebbe esserci definizione più appropriata per presentare David Stern, dal 1984 commisioner Nba, ritiratosi ufficialmente ieri con la stretta di mano che segna il passaggio di consegne a uno dei suoi naturali discendenti, Adam Silver. Una figura, quella di Stern, poco abituata a stare dietro le quinte, che ha lavorato intensamente nel lungo periodo del suo infinito potere per dare lustro e offrire un prodotto commerciale che potesse reggere il confronto con le tradizioni sportive statunitensi, legate e molto più affezionate al football o al baseball.

Il basket americano verso la metà degli anni 80 era afflitto da una serie di problematiche tutt’altro che banali e facilmente gestibili: uno sport minore, dopo i fasti del passato, che non riusciva a catalizzare l’attenzione mediatica necessaria per poter alimentare il movimento. Terremoti legati all’uso di sostanze stupefacenti, una certa riottosità razziale degli sponsor che cercavano di ghettizzare il basket: tante stelle ma poche facce pulite da mandare in prime time negli schermi televisivi delle case americane. Un prodotto invendibile, che chiedeva a gran voce aiuto: fu questo lo scenario che si trovò davanti David Stern quando il primo febbraio del 1984 venne nominato capo assoluto della Nba.

Tolleranza zero e lavoro duro con un’ossequiosa e ferrea osservanza delle regole, sono state, dai primissimi giorni, le parole d’ordine di questo avvocato, insignito di un titolo tanto prestigioso quanto appesantito dall’ingombrante fardello culturale ed economico. Poco spazio per l’emozioni: una grande metodica che ha connotato il trentennio di controllo affidato a David Stern. Non a caso è stato definito il padre della nuova Nba: un sistema rinnovato con apertura mediatica globale, tanto da portare le franchigie in giro per il mondo a disputare partite di stagione regolare con sponsorizzazioni da capogiro, diritti televisivi venduti a oltre 215 paesi, il merchandising diventato pietra angolare dell’impero del basket americano.

Un commissioner dall’encomiabile volontà, con una perseverante e qualitativa capacità di ottenere quanto cercato: innovatore e rivoluzionario anche nel creare un ponte tra America e resto del mondo, riservando grande attenzione al mercato e alle fonti di capitali estere. A riguardo basterebbe pensare all’ultima frontiera abbattuta con Mikhail Prokhorov, gazilionario russo, accettato quale plenipotenziario presidente dei Brooklyn Nets. Senza dimenticare la decisione di istituire il comitato per la creazione del leggendario Dream Team, la nazionale americana di basket più forte di tutti i tempi, che partecipò alle Olimpiadi di Barcellona del 1992.

Tanti i pregi riconosciuti a David Stern; non sono, tuttavia, mancate le polemiche o le accuse, non del tutto infondate, di un’eccessivo abuso di potere nel gestire la propria creatura: la mancata ratifica di alcune operazioni tra le squadre nel complicato meccanismo del mercato Nba (caso Chris Paul e il gran rifiuto mosso dal commissioner per il suo passaggio ai Lakers); la volontà molto mal celata di rendere appetibili le piazze per eventuali trasferimenti di società sportive, con presunti favoritismi promessi agli investitori; fino ad arrivare ad uno dei casi più discussi del suo mandato. Nel 1985 venne introdotta la lotteria tra le squadre per le possibili chiamate al draft: meccanismi e circostanze nuove che alimentarono polemiche a non finire, con tesi di complotto pronte a svilupparsi per smascherare il broglio sportivo che mandò Pat Ewing ai New York Knicks: video e fotogrammi diffusi per anni al fine di dimostrare come Stern avesse artatamente indirizzato la sorte, per motivi strettamente campanilistici.

Come tutti gli uomini di potere ha fatto discutere e farà discutere ancora, ma ci sono pochi dubbi su quale sia stata l’importanza di David Stern, il piccolo avvocato che riuscì a rendere la Nba un prodotto commerciale capace di guadagnare oltre 8 miliardi e mezzo di dollari. Ad Adam Silver, entrato in carica ieri, l’ingrato compito di proseguire la via dell’oro sulla base di quanto appreso alla bottega del Stern.

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