Dopo il sì del governo, i dubbi sulla privatizzazione di Poste

Nei giorni scorsi il governo Letta ha reso nota l’intenzione del Ministero dell’Economia e delle Finanze di iniziare quel procedimento di privatizzazione delle società pubbliche che vede in Poste il punto di partenza per raccogliere un tesoretto finalizzato a ripianare parte del debito pubblico.

Tanti i dubbi e le voci contrarie che si alzano dall’opinione pubblica e dai partiti, sul timore che si tratti di una svendita del patrimonio statale, che se non sufficientemente controllata, porterebbe ricadute pesanti sull’economia del Paese, tesi avvalorata da casi eclatanti come la cattiva gestione privata di Telecom e di Alitalia -a cui tra l’altro le stesse Poste hanno versato quei 75 milioni necessari per allontanare in parte parte lo spettro del fallimento. Migliaia di dipendenti pubblici dovrebbero involontariamente mettere a rischio la loro stabilità lavorativa, ponendosi in una logica di mercato e di rischio a esso legato.

Fondamentalmente, infatti, il passaggio al privato farebbe sì che Poste, una delle poche società solide del Paese, rischi di portare allo scorporamento dei vari asset a essa legati, con conseguente possibile frattura dell’equilibrio del Gruppo e del suo brand.

Una parte del capitale aziendale sarà riservato ai dipendenti, sul modello di altre società europee come la Royal Mail, al fine di riuscire a coinvolgerli e responsabilizzarli, ma un eventuale cattivo andamento della società sul mercato apparterrebbe a quell’insieme di fattori di pericolo denunciati dai detrattori della privatizzazione. Parere dei sindacati contrastante, con la Cgil che si dichiara totalmente contraria e afferma che sono i manager a doversi assumere i rischi aziendali.

I partiti, stavolta compatti, si mostrano contrari alla decisione del governo. Dalle aspre critiche di Grillo e del suo M5S, al coro dei no di Forza Italia; capitolo a parte quello del Partito Democratico che ancora una volta si mostra lacerato al suo interno, con una maggioranza contraria alle privatizzazioni, ma una componente rilevante che si astiene per non ostacolare l’Esecutivo.

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