Fiat Industrial fugge in Olanda e quotazione vola negli USA

    Quella di questi giorni è l’ennesima notizia, che conferma lo stato di crisi nera del sistema Italia, passando per il tracollo di Piazza Affari. L’amministratore delegato di Fiat Industrial, Sergio Marchionne, ha annunciato tre giorni fa l’invio di una missiva ai vertici della controllata Cnh, a cui chiede di giungere entro la fine dell’anno alla fusione tra le due società in una Newco di diritto olandese, sulla base di un rapporto tra concambi, stabilito sui prezzi medi dei mesi di marzo e aprile, ossia prima che la questione fosse affrontata pubblicamente. La proposta prevede che la nuova società abbia sede legale in Olanda, ma la quotazione avvenga a Wall Street, mentre in Europa vi sarebbe solo una quotazione secondaria. Si badi bene: Marchionne ha parlato di Europa, non di Piazza Affari. In altri termini, non è nemmeno detto che a Milano resti alcunché.

    Per conservare intatta la struttura di controllo, che vede Exor detenere in Fiat Industrial una partecipazione del 30,5%, ai soci che avranno partecipato alle assemblee di FI e Cnh, indipendentemente dal loro voto, saranno assegnati due voti per ciascuno già in possesso, che manterranno fino alla cessione delle azioni. Ma anche dopo che si sarà effettuata la fusione, per chi avrà tenuto le azioni per almeno tre anni vi sarà il doppio voto per ciascuno già posseduto.

    L’obiettivo della fusione, ha affermato Marchionne, sarebbe di evitare di avere a che fare con due legislazioni diverse, come ancora accade oggi, scegliendo al loro posto una nuova società che abbia sede in uno stato, considerato il più favorevole in Europa al business. Inoltre, l’integrazione consentirebbe di eliminare le inefficienze dei prezzi per Cnh, visto che il flottante libero attuale è molto scarso. Infatti, Fiat Industrial controlla l’88% di Cnh. Una condizione posta dall’ad all’operazione è che in dipendenza di essa non vi siano diritti da corrispondere a creditori ed azionisti, che superano la cifra complessiva di 250 milioni. In pratica, gli azionisti di minoranza potrebbero avvalersi del diritto di recesso, visto che la sede legale sarebbe spostata in un altro stato e lo stesso potrebbero fare i creditori.

    Il giudizio di Banca IMI è stato immediato e positivo. L’operazione consentirebbe alla Newco di raggiungere livelli maggiori di efficienza e allo stesso tempo farebbe venire meno lo sconto che gli investitori starebbero applicando sulle azioni del titolo in borsa.

    La notizia giunge a poche ore di distanza da un’altra, che riguarda sempre il Gruppo Fiat. Torino sarebbe prossima alla rilevazione delle azioni di minoranza in Chrysler, per giungere a un controllo del 100% di Detroit, prodromico alla fusione e al molto probabile spostamento della sede legale nella città americana.

    Il costo dell’operazione sarebbe complessivamente di 6,4 miliardi, di cui 3 miliardi per il ripiano di debiti della controllata, cosa alla portata di Fiat, che gode al momento di una liquidità di 21,4 miliardi. In sostanza, anche dopo l’acquisto del pacchetto di minoranza in mano al fondo sanitario Vega, Torino resterebbe con un cash invidiabile per 15 miliardi di euro.

    Ma il succo di tutti questi scenari è solo uno: un altro asset importante dell’economia italiana vola all’estero e abbandona Piazza Affari. La situazione è ormai da allarme rosso, perché indica capitali in fuga dall’Italia e che preferiscono destinazioni straniere. E si tratta proprio dei capitali nazionali, a conferma che non solo il nostro Paese non attira nuovi investimenti da fuori, ma anzi li lascia fuggire dall’interno verso l’esterno.

    Pochi giorni fa, vi avevamo documentato che persino Piazza Affari è oramai nelle mani degli arabi, mentre i capitali italiani la controllano per un misero 3,5%, dopo che Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno detto addio la scorsa settimana.

    Ieri, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha fatto un quadro molto preciso della situazione italiana e ha commentato negativamente il livello alto della pressione fiscale, che frena la crescita.

    Sono ormai troppi i casi di aziende in fuga dall’Italia e che preferiscono quotarsi altrove, che non a Piazza Affari. Questione, ahinoi, anche di prestigio, perché è evidente che no alletta nessuno andare a fare parte del listino milanese, travolto dalla bufera finanziaria e privo di quello slancio indispensabile per guardare con ottimismo al futuro.

    Prada ha preso la via di Hong Kong per sbarcare in borsa, mentre Benetton ne è uscita, dando vita al triste rito del “delisting”, dopo 25 anni di presenza sulla borsa italiana.

    Tra non molto dovremmo fare i conti con la formalizzazione dello spostamento della sede Fiat a Detroit, fatto che sembra ormai inevitabile, visto il tracollo del mercato nazionale dell’auto, a fronte di una crescita a doppia cifra negli USA. Ma l’umiliazione potrebbe essere ancora più grande, qualora Marchionne decidesse di spostare la sede in Brasile, scommettendo sul suo primato in Sud America e sulle prospettive di crescita nel continente.

    A poco servirà gridare contro il presunto tradimento. L’Italia è in via di desertificazione, ma il clima non c’entra. Sarà un deserto industriale.

     

     

    Ricerca personalizzata