Gli “Stati Uniti d’Europa” e la guerra siriana: ancora indecisioni

Dopo la giornata di digiuno e preghiera che ha coinvolto diverse nazioni e diverse religioni, dall’Egitto al Libano, dall’America Latina all’Indonesia, fortemente voluta da Papa Francesco contro la guerra in Siria, l’allarme torna alla ribalta così come le scelte politiche. Obama è consapevole della scelta impopolare che probabilmente sta per prendere, così come auspicato più volte in primis dal segretario di Stato americano Kerry. E’ questione di ore infatti, dopo il discorso che terrà martedì alla Nazione (prima della votazione del Congresso): l’opinione pubblica contro l’amministrazione Obama. Nel frattempo anche al G20 si è parlato di un possibile attacco, anche se si è ancora in attesa dei risultati di laboratorio del materiale raccolto dagli agenti dell’Onu che attestino l’uso di armi chimiche, previsti probabilmente per la fine della prossima settimana. Tali risultati però non dimostreranno chi ha utilizzato le armi chimiche: Assad o i ribelli, il dato sarà oggettivo.

Anche l’Italia fra gli 11 Paesi firmatari del testo a favore di un intervento mirato, del resto, come prometteva Obama qualche giorno fa: non inviare militari e non iniziare una nuova guerra, bensì attacchi mirati a fermare il massacro di civili, avendo Assad (nella versione più attendibile per americani e francesi) fatto ricorso alle armi chimiche, oltrepassando la linea rossa demarcata proprio dal presidente USA. Intanto anche Putin dice la sua, promettendo di armare Damasco qualora venisse attaccata (e più tardi non escludendo l’appoggio russo agli americani, ma solo se fosse provata la responsabilità di Damasco nell’uso di armi chimiche e con l’ok dell’Onu) creando il gelo con Obama, già orfano dell’appoggio del Parlamento britannico.

È chiaro a tutti quanto gli interessi che gravitano intorno a questa guerra civile oltrepassino i confini siriani: non si spiegherebbe il finanziamento costoso che gli americani stanno elargendo ai ribelli, alcuni dei quali pericolosamente vicini ad Al Qaeda, il rischio imminente di una perdita di credibilità nei Paesi orientali ma anche in madrepatria. In questo scenario, altri sono gli attori che vi prendono parte: l’Iran per esempio, con i suoi due miliardi di dollari regalati ad Assad solo per infastidire Obama o il Qatar che starebbe cercando di finanziare i ribelli, senza parlare poi dei turchi e infine i russi. Ed è proprio qui che la situazione di stallo si cristallizza ulteriormente: è Mosca la prima, seguita dalla Cina,  a sollevare dubbi sulla mano che ha lanciato le armi chimiche, per i russi colpevoli sono i ribelli e sono da fermare come i seguaci di Assad per Washington. Tutto questo mentre l’Onu attende il responso sulle armi chimiche, nonostante il grido delle organizzazioni in difesa dei diritti umani, e le numerose testimonianze registrate dagli inarrestabili social network (il cui divieto di utilizzo cadde nel febbraio 2011), come il video che circola da una settimana, che documenta le ustioni da napalm di donne e bambine, avvallate da un medico volontario sul campo che grida la sua indignazione. Sotto accusa l’attacco del 21 agosto, quello in cui Assad avrebbe fatto ricorso a tali armi, re impossessandosi dei quartieri orientali di Damasco, costato la vita, sembrerebbe, a più di 1.300 persone.

“E’ arrivata l’ora delle scelte” o quasi. Obama si rivolge così all’Europa. La Primavera araba con le sue piazze protestanti, in Siria ha prodotto una guerra civile che oggi inquieta e non poco. Papa Francesco fa luce su uno degli aspetti più rilevanti del conflitto: il commercio di armi. I siriani come gli egiziani, auspicavano un rivolgimento e una modernizzazione del sistema politico in chiave democratica, cercando di svecchiare il sistema presieduto da Bashar Al-Assad: qui ha avuto inizio la prima parte dello scontro. Le violente manifestazioni di protesta furono interpretate dal governo, invece, come il tentativo di creare uno Stato islamico radicale, vista la presenza nel Consiglio nazionale siriano dei Fratelli Musulmani e altri gruppi legati all’Arabia Saudita e ad Al-Qaeda. Il segretario generale dell’Onu Ban ki-moon, spesso ha posto la questione in chiave internazionale, ben prima del sospetto di uso di armi chimiche, provando a risolvere la questione da un punto di vista diplomatico, mandando l’ex segretario generale Kofi Annan come inviato speciale.

In attesa di risposte, che probabilmente si concretizzeranno e concentreranno tutte nella prossima settimana, il ricordo imminente, dell’11 settembre: una spinta alla decisione del Congresso prevista per martedì?

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