Grecia, sondaggi confermano rischio caos e crollo socialisti

    In Grecia si andrà al voto anticipato il prossimo 6 maggio. Quel giorno, mentre tutti gli osservatori internazionali guarderanno a cosa accadrà al ballottaggio delle presidenziali francesi, un altro stato svelerà l’esito attesissimo della svolta politica interna e che potrebbe portare a conseguenze dirette nei rapporti con l’Europa. Qui si è tornati al voto con un anno e mezzo di anticipo, dopo che il governo socialista, guidato dalla fine del 2009 fino all’ottobre del 2011 dall’ex premier George Papandreou ha dovuto gettare la spugna e lasciare il posto a un governo tecnico, guidato dall’ex banchiere Lucas Papademos e proprio negli stessi giorni in cui avveniva la stessa cosa in Italia.

    Le proteste vivacissime di migliaia di manifestanti per le strade di Atene a febbraio hanno scosso tutti i partiti politici, che hanno preso atto della volontà popolare di tornare alle urne, le quali quasi certamente provocheranno un vero terremoto politico.

    Dal 1974 ad oggi, ossia dalla fine del regime dei Colonnelli, la Grecia è stata caratterizzata da una democrazia bipartitica, in cui si sono alternati ai governi i socialisti del Pasok e i conservatori di Nea Dimokratia. Ma sondaggi alla mano, potremmo dare per finito questo sistema, con il rischio che Atene piombi nel caos. Un esempio su tutti: nell’ottobre del 2009, il Pasok vinse con il 45% dei consensi e i conservatori ottennero quasi il 35%. I primi due partiti, quindi, riscossero l’80% dei voti. Oggi, stando a un sondaggio realizzato lo scorso 18 aprile, i socialisti otterrebbero il 15%, pur in risalita dal 10% pronosticato a febbraio, mentre i conservatori si imporrebbero come primo partito, ma con uno striminzito 22-23%. Ergo: i primi due partiti ellenici perderebbero complessivamente intorno al 42-43%, oltre la metà dei consensi raggiunti solo due anni e mezzo fa.

    Altro dato: nel Parlamento odierno di Atene siedono cinque partiti. Il prossimo 6 maggio ad entrare in Parlamento potrebbero essere almeno in dieci, aumentando notevolmente il rischio di ingovernabilità. Non è un caso che il 75% dei greci si attende ed auspica un governo di coalizione, anche se afferma di non avere intenzione di votare per le formazioni politiche che hanno sottoscritto il famoso Memorandum d’intesa con Bruxelles.

    E la conseguenza di questo caos elettorale potrebbe essere lo stallo politico-istituzionale proprio sull’attuazione delle misure richieste senza se e senza ma dall’Europa, in cambio degli aiuti. Chiunque vincerà le elezioni, infatti, dovrà mettere mano a nuove misure di risanamento per 11,5 miliardi per il triennio 2012-2014. Questo, in un Paese in cui già il pil quest’anno crollerà del 5% e per il quinto anno consecutivo.

    Nel 2012, gli stipendi pubblici e privati scenderanno tra il 20 e il 25%, mentre il tasso di disoccupazione si situa intorno al 20% e la pressione fiscale sta rendendo difficile per moltissime famiglie anche solo mantenere un’auto o i consumi elettrici.

    Per effetto della legge elettorale, tuttavia, Pasok+Nuova Democrazia potrebbero ottenere la maggioranza dei seggi, circa 155-170 sui 300 in tutto. Ma non è detto che non ci siano sorprese.

    I sondaggi evidenziano un’impennata dei partiti alla sinistra del Pasok, che messi insieme raggiungerebbero il 30% dei consensi. Il Laos, il partito della destra radicale, invece, pur esprimendosi contro il Memorandum, pagherebbe lo scotto di avere sostenuto per quasi quattro mesi il governo Papademos, sebbene non ne abbia votato le ultime contestatissime misure.

    Ma la data casuale del 6 maggio potrebbe avere un effetto psicologico dirimente sui mercati e la stessa Europa. In un solo giorno, la Germania potrebbe perdere l’alleato francese nella politica del rigore a tutti i costi e potrebbe vedere avanzare anche in Grecia il fronte anti-UE.

    Tutto questo scenario è condito dalle elezioni anticipate in Olanda, dove il governo conservatore del premier Mark Rutte ha rimesso il mandato, dopo avere fallito le trattative con la destra radicale di Geert Winders, contraria al taglio delle pensioni. La regina Beatrice ha sciolto il Parlamento e ha indicato nel 12 settembre la data delle urne. Senonché anche Rutte è stato un prezioso alleato di Berlino nella crociata anti-deficit.

    Non è un caso che la Germania tema adesso un’ondata di riflusso anti-euro, che potrebbe avanzare da Parigi, Atene, Roma, Madrid e altri stati. E preso atto della possibile sconfitta di Sarkozy, il cancelliere Angela Merkel è già alla ricerca del suo prossimo alleato. Chi meglio del Prof.Mario Monti, fautore del “rigor mortis”?

    Al premier italiano non pare vero di essere ora l’unico vero amico della Merkel. In pochissimo tempo, l’Italia è diventata amica dei tedeschi, sebbene da morta. Con un’economia in recessione e la rabbia popolare che monta in ogni luogo, l’intesa tra Roma e Berlino sembra davvero fuori dalla prospettiva anche dei partiti che sostengono il governo. Il PDL, in particolare, scalpita affinché Monti si faccia interprete di istanze diverse da quelle imposte dal cancelliere tedesco.

    Ma Bruxelles non sembra affatto scossa dallo scenario che si intravede già all’orizzonte, vivendo nel mondo dorato dell’eurocrazia. Da qui ai prossimi dieci giorni, però, la politica dell’Eurozona potrebbe essere stravolta. Da Parigi ad Atene si sta già levando la protesta anti-UE.

     

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