Hiroo Onoda, l’uomo che non si arrendeva mai

Hiroo Onoda, il leggendario ultimo soldato dell’esercito imperiale giapponese, arresosi soltanto nel 1974, è morto ieri pomeriggio all’età di 91 anni per infarto in un ospedale di Tokyo, dove era stato ricoverato il 6 gennaio a seguito di una insufficienza cardiaca. Onoda continuò a combattere per decenni sull’isola filippina diLubang, dove era stato distaccato nel 1944, malgrado la resa del Giappone nella Seconda guerra mondiale.

Lubang è un’isola al largo delle Filippine, dall’aspetto selvaggio e con una fitta vegetazione. Ma c’è qualcosa, o meglio qualcuno, che terrorizza gli isolani. Durante la stagione del raccolto, i campi di riso vengono bruciati da qualcuno, che getta stracci imbevuti di olio. Un villaggio sulla costa costruisce un pontile per le imbarcazioni da pesca, qualcuno lo fa saltare in aria. Sempre quest’ombra misteriosa azzoppa pecore e mucche e sabota strade. Sull’isola dopo una maledizione in tagalog, la lingua locale, pronunciano un nome: Hiroo Onoda.

Hiroo Onoda, prima della seconda guerra mondiale, era un contabile preciso e zelante. Allo scoppio del conflitto, viene arruolato per combattere gli americani nel Pacifico. Questa sua attitudine alla disciplina gli permette di diventare presto tenente di un battaglione speciale, una specie di commandos, per intenderci. Il suo primo, che poi sarà anche unico, incarico è quello di presidiare l’isolotto di Lubang. Gli danno dei soldati e il suo comandante Taniguchi gli ordina di aspettare lo sbarco degli americani e poi condurre una guerriglia spietata, senza mai arrendersi, finché non riceva un suo ordine.

Un giorno arrivano gli americani, lui li combatte, anzi combatte da solo contro tutti, al punto che i suoi uomini si arrendono e lo lasciano da solo, perché Onoda non si è arreso, lui non può senza l’ordine del comandate Taniguchi. Il Giappone si arrende, invece, nel 1945, lui fino al 1974 è ancora in guerra. Provano a catturarlo, ma è impossibile. Mangia di tutto, radici e insetti. Non dorme praticamente mai e conosce tutta l’isola, palmo a palmo.

Gli americani provano anche a dirglielo, lanciando dei volantini da un aereo dove c’è scritto che la guerra è finita. Ma Onoda pensa che sia un trucco e va avanti. Allora, sempre da un aereo lanciano delle foto di suo fratello Tishiro, ma ottengono l’effetto contrario, perché Onoda intensifica i suoi attacchi, perché pensa che gli americani, per arrivare ad usare questi “mezzuccio”, stanno proprio alla frutta.

Allora, gli mandano proprio il fratello sull’isola per parlargli tramite un megafono, ma Onoda pensa ad un imitatore e non si arrende. Disseminano la foresta di riviste dove si mostrano americani lavorare nelle fabbriche in Giappone e viceversa. E qui la realtà supera ogni fantasia, perché, come scriverà nella sua biografia “Non mi arrendo”, Onoda pensa ad un’interessante teoria economica: una guerra non può durare così tanto, per questo le nazioni fanno affari assieme per ottenere le risorse con cui finanziare gli eserciti.

Onoda non riesce ad immaginare una realtà alternativa da quella creata per non buttare al vento i suoi sacrifici e quelli dei suoi soldati. La guerra c’è ancora, i soldati non sono morti per niente e lui non si arrende fino al 9 marzo 1974, quando cattura un uomo e sta per sparargli, ma esita, perché indossa sandali e calzini, cosa inusuale per un soldato. Allora gli chiede il nome e lui risponde che si chiama Norio Suzuki, è giapponese e fa il giornalista. Parlano un po’ e il giornalista gli chiede perché non si arrende anche se la guerra è finita e Onoda, candidamente gli risponde perché non può arrendersi senza l’ordine del comandante Taniguchi e poi lo lascia andare.

Allora, il giornalista torna in Giappone, trova il comandante, che nel frattempo, fa il libraio, gli fa indossare la vecchia divisa e lo porta sull’isola in un luogo segreto indicato da Onoda e lì Taniguchi gli legge il proclama, vecchio ormai di trent’anni, con il quale il Giappone cessava ogni attività bellica e così Onoda, finalmente, depone il fucile per terra, si inginocchia e inizia a piangere. Anche la sua guerra è finita.

È la fine del 1981 quando nelle sale cinematografiche esce un film della premiata coppia Bud Spencer e Terence Hill, “Chi trova un amico trova un tesoro”. La storia narra, fra le varie cose, di un soldato giapponese che inconsapevole della fine della guerra continua a combattere per mantenere la posizione e le disposizioni date. Una caricatura simpatica della ferrea volontà nipponica e del forte senso dell’onore di Hiroo Onoda. Qualche anno dopo, anche il boss, Bruce Springsteen, ispirandosi a questa storia incredibile, scriverà una canzone meravigliosa, No surrender.

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