Human Rights Watch denuncia: in Siria calpestati i diritti delle donne

Mentre il bastimento carico di armi chimiche arriva nel porto di Gioia Tauro in Calabria, altre inquietanti notizie giungono dalla Siria. Secondo quanto dichiarato da Human Rights Watch qualche giorno fa, gli estremisti limitano i diritti delle donne siriane con modalità poco chiare ma di certa intolleranza.

Ennesima notizia, ennesimo reportage, indignazione. L’operazione matematica sembra sempre la stessa. Di certo in questa faccenda emerge che gli estremisti hanno armato i gruppi dell’opposizione che stanno imponendo restrizioni e attuando discriminazioni. Le zone interessate da questo fenomeno sono quelle del nord della Siria e sono arrivate a un punto tale che le donne e le bambine spesso non sono nemmeno in grado di svolgere le normali e consuetudinarie azioni quotidiane.

I dati raccolti da Human Rights Watch sono il risultato di interviste telefoniche e colloqui con rifugiate avvenuti fra il Kurdistan, dove sono state ascoltate le testimonianze di 43 rifugiate, e la Turchia nei mesi di novembre e dicembre 2013. Quello che emerge ha il volto dell’oscurità, quella che il gruppo armato degli estremisti intende rievocare: partendo da una forzata e ottusa lettura della Shari’a, le donne sono costrette a indossare il velo, tuniche che coprono interamente il corpo, soffocandone l’anima. Chi non obbedisce ne paga le conseguenze. É vietato come pegno in alcune zone girare liberamente nei luoghi pubblici, lavorare e frequentare la scuola. Così se ti trucchi, se indossi abiti troppo aderenti, jeans. Nel peggiore dei casi alle ragazze restie a seguire il “dress code” vengono impedite altre attività come l’acquisto del pane, l’uso dei mezzi pubblici.

Dalle voci delle donne che hanno denunciato queste violazioni non è sempre chiara l’appartenenza e l’identità di questi gruppi, ma sia le fonti dei media internazionali che l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani non hanno dubbi: si tratta di Jabhat al-Nusra e del gruppo ISIS (Islamic State of Iraq and Sham). E pensare che la Costituzione siriana garantisce la parità dei sessi e non solo, anche la libertà di culto: nel 2009 il governo aveva cercato di restringere le libertà sancite nella Costituzione, ma le forti proteste pubbliche avevano fatto da antidoto.

Qualche restrizione, hanno riportato le donne intervistate, riguarda anche gli uomini: no ai jeans, no agli abiti troppo attillati anche per loro. Certo, poca cosa in confronto al non poter andare a fare la spesa o all’uscire di casa da sole, senza un uomo. E sembrerebbe proprio questa la causa della morte in un villaggio di una famiglia intera: la casa stava andando a fuoco ma dentro vi erano solo donne senza un uomo. Sono morte per rispettare il divieto assurdo.

Non potevamo fare visita ai nostri amici. Non potevamo andare a fare la spesa. La libertà era scomparsa per noi donne. Era come essere in prigione. Non potevano neanche mettere il naso fuori di casa. Se uscivamo, il gruppo dei Jabhat al-Nusraci diceva di tornare nelle nostre casa“. Oppure: “Le donne potevano solo lavorare in casa, facendo cose come lavorare a maglia e confezionare qualcosa. Prima era normale per le donne uscire di casa, come le ingegnere“. Le parole di queste testimonianze sono estremamente lucide e brillantemente riassuntive: le donne stanno per essere accartocciate da queste restrizioni e l’unica via per sfuggire alla dolorosa carcerazione è la fuga, ma con quali aspettative?

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