“Hunger Games – La ragazza di fuoco”: l’alba della rivoluzione

Katniss Everdeen, la ragazza di fuoco (Jennifer Lawrence) e Peeta Mellark (Josh Hutcherson) sono tornati a casa, al Distretto 12, dopo la settantaquattresima edizione degli Hunger Games, conclusasi nella maniera meno prevedibile. Come consuetudine, i due devono affrontare il tour della vittoria, che li porterà per i vari distretti a diffondere messaggi di pace e coesione, per volontà del presidente di Capitol City, Snow (Donald Sutherland). Il leggero allontanamento dalla routine dell’unico sopravvissuto ai giochi ha però innestato, nel popolo dei distretti, la fiamma della speranza e della ribellione. Una ribellione prologo dei una rivoluzione di cui Katniss si fa simbolo. Fino a quando Snow e il suo stratega, Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman) indicono una nuova edizione degli Hunger Games, che stavolta coinvolgerà i vincitori ancora in vita degli anni precedenti.

Il gioco si fa duro, insomma: la surviving arena viene resa ancor più irta di pericoli letali e stavolta il concorrente meno giovane non ha diciotto anni (cosa che rendeva il primo Hunger Games una sorta di versione yankee di Battle Royal). Inoltre, seguendo il corso degli eventi della saga letteraria di Suzanne Collins, la componente socio-politica si fa più marcata.
L’universo di Capitol City e dei Distretti assume sempre più le sembianze di un misto fra la distopia orwelliana e quella londoniana del Tallone di Ferro: il controllo totale dei corpi, le città-satellite, le distrazioni per il popolo, panem et circenses.

Ciò che salta subito all’occhio guardando La ragazza di fuoco è la regia: affidata stavolta a Francis Lawrence (Constantine, Io sono leggenda), la differenza rispetto al buon mestierante Gary Ross si nota, soprattutto quando assistiamo alle vicende nell’Arena. Evitandoci il frequente mal di mare causato dalla camera a mano nel primo episodio, Lawrence mescola, con equilibrio e senza rischi, riprese grandangolari ed incisivi primi piani. Siamo insomma di fronte ad un sequel tecnicamente migliore del suo precedente: La ragazza di fuoco è innanzitutto un action-movie ben confezionato.

Aiutato dalle new-entry, Jena Malone e soprattutto Philip Seymour Hoffman, Lawrence riesce inoltre ad amalgamare con sapienza le risorse attoriali a sua disposizione. I giovani di belle speranze (anche se la Lawrence, già premio Oscar e in corsa per un altro, si fa ormai fatica a considerarla tale) si mischiano con disinvoltura ai mostri sacri (Hoffman e Sutherland), ai veterani, come Stanley Tucci e Woody Harrelson e ai musicisti in prestito (come Lenny Kravitz, sempre più bravo come attore).
Come ci si aspettava, inoltre, Josh Hutcherson si rivela ben più di un semplice co-protagonista: si assiste infatti ad un’evoluzione del personaggio di Peeta, che a dispetto dell’espressione da ragazzetto innocuo, accresce il proprio peso specifico nella storia.

Piace inoltre di Hunger Games, e qui parliamo anche dell’episodio precedente, la capacità di pescare bene dal cinema di genere americano degli anni ’80-’90: le sfumature e le atmosfere totalitarie che ricordano, oltre il 1984 cinematografico, anche Fuga da Absolom, di Martin Campbell, e Starship Troopers (specie per le gerarchie militari e le scenografie). Senza dimenticare la citazione carpenteriana (volontaria o meno) di Distretto 13 – Le brigate della morte.

Certo, La ragazza di fuoco è un’opera aperta e niente affatto completa, d’altronde il finale parla chiaro.
Se però già non vediamo l’ora di vedere il terzo capitolo (Il canto della rivolta) che uscirà fra un anno esatto, significa che siamo davanti ad un signor film e ad una saga più che dignitosa.

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