I novant’anni di Italo Calvino

La storia di uno degli scrittori italiani più rappresentativi inizia oltreoceano, precisamente a Cuba. Italo Calvino nasce infatti il 15 Ottobre 1923 a Santiago de Las Vegas, dove i genitori, entrambi docenti di materie scientifiche, si erano stabiliti per esigenze di lavoro. Salvo il successivo trasferimento a Sanremo, base di partenza per una figura che portava già con sè, per provenienza, una dimensione ‘internazionale’. Elemento che sarebbe stato poi confermato dai riscontri e dai consensi conquistati sul campo nell’ esperienza letteraria successiva.

Ad oggi sono passati 90 anni dalla sua nascita. Eppure, probabilmente non si esagera a dire che la lezione intellettuale lasciata da Calvino risulta ancora più vicina e attuale che mai, nonostante il tempo trascorso.
Parla per lui una produzione di opere ampia e variegata, che spazia dalla narrativa alla saggistica, fino alla scrittura giornalistica. Ognuno di questi tre ambiti rappresenta una fonte imprescindibile per comprendere il valore dello scrittore di Sanremo. L’ attenzione, in questo spazio, si rivolge ad uno dei campi che si dimostrò assai congeniale alla sua espressione creativa fatta di abbandono al potere creativo dell’immaginazione, ma con un occhio sempre vigile e attento alle contraddizioni e ai problemi della società contemporanea: quello della narrativa.

Il sentiero dei nidi di ragno segna il suo esordio nel 1947. Ebbe lì inizio il sodalizio di quasi una vita intera con la casa editrice Einaudi, sotto la direzione dell’ influente Cesare Pavese. L’anno di pubblicazione fornisce un indizio sul libro, che di fatto viene ad essere una rilettura della vicenda bellica appena trascorsa. La novità del romanzo nella nostra tradizione letteraria consiste nel fatto che la storia è raccontata attraverso gli occhi del bambino Pin. Al suo spontaneo punto di vista la narrazione della realtà della guerra.
Appartiene al 1949 la raccolta di 30 racconti Ultimo viene il corvo, un azzeccato esempio di sperimentazione espressiva tra toni grotteschi, comici e onirici.

Gli anni Cinquanta segnano invece l’inizio della vena fiabesca di Calvino con i romanzi fantastici Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente. Questi formano la trilogia de I nostri antenati. Si tratta probabilmente della serie di romanzi più riletti oggi dell’ autore. Il gusto del meraviglioso e del magico, il mondo cavalleresco delle dame e dei paladini narrato da una voce ironica e colloquiale mostrano parte dell’ influenza che il cinquecentesco Ludovico Ariosto, con L’Orlando Furioso, ebbe sulla sua ispirazione. Non a caso sarà del 1970 l’opera guida L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino e del 1973 il romanzo ‘muto’Il castello dei destini incrociati che lascia ad un mazzo di tarocchi l’originale esposizione delle avventure dei cavalieri Orlando e Astolfo.

Si accennava all’inizio alla formazione scientifica dei genitori di Calvino. Ebbene, non secondario, nella vita come nei romanzi, fu sempre anche un approccio razionale per affrontare la complessa indagine della realtà, senza rinchiudersi in prospettive uniche o scontate.
Il maggiore esito lo si può riscontrare nel progetto (dal 1965 al 1984) delle Cosmicomiche, dodici racconti che si aprono ciascuno con un enunciato scientifico, a cui seguono poi le vicende narrate.

Passando poi per Le città invisibili del 1972, arriviamo nel 1979 ad uno dei maggiori successi dell’autore: Se una notte d’inverno un viaggiatore, libro che segna una profonda riflessione sul senso della scrittura, sul rapporto tra opera e lettore. Protagonista del romanzo è proprio il Lettore che si lancia alla ricerca di una copia originale e senza errori, presenti invece nella copia appena acquistata, di Se una notte d’inverno un viaggiatore.
Non meno importante risulta essere Palomar, libro eterogeneo contenente 27 brani divisi in tre sezioni che corrispondono a diversi tipi di esperienze del protagonista omonimo, assiduo e silenzioso osservatore della realtà.

Calvino, nel saggio Perchè leggere i classici, sosteneva che “il classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. A lui va il merito di avere riconosciuto la vicinanza delle grandi opere del passato all’oggi. Diventando così lui stesso un classico quanto mai attuale.

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