Il ddl contro l’omofobia fra rinvio, accuse e polemiche

Il disegno di legge contro l’omofobia, non convince ancora la maggiornaza del Parlamento, così da far slittare l’esame del testo in questione. La proposta del rinvio è partita dalle fila del Pd, in seguito al mancato accordo e alle dimissioni del relatore Antonio Leone del Pdl. La presidente della Commissione Giustizia, Donatella Ferranti ed esponente del PD, ha proposto una pausa delle discussioni rimandando la decisione al pomeriggio, mentre la Lega avrebbe preferito rimandare il testo alla Commissione (idea bocciata dai 387 voti contrari).

La scelta è ricaduta sul rinvio, ma al giorno seguente: a questo punto le tensioni si sono fatte sentire e Riccardo Nuti del M5S ha ammonito la Boldrini, sottolineando che non poteva permettere che le scelte non si discutessero in Parlamento ma in “segrete stanze”. Un altro esponente grillino, Cristian Iannuzzi, ha accusato il Presidente della Cammera di non essere imparziale e per questo ne richiedeva le dimissioni (con successiva rettifica): la replica in difesa della presidente, da parte di Sel, Pd e poi Pdl non si è fatta attendere. E da qui le polemiche.

Ma, esattamente, di cosa si tratta? Il disegno di legge in questione, su proposta del Pd, risponde alle richieste dell’opinione pubblica in seguito all’attenzione mediatica su episodi di omofobia. Il testo è molto chiaro: si propone di correggere, aggiungere, precisare ciò che già era nella nostra Costituzione, ma non chiarificato come invece si necessita. Si intende prevedere un’estensione dei reati puniti dalla legge Mancino-Reale del 1975: nel testo si ribadisce più volte l’identità sessuale della vittima.

Nello specifico: l’articolo 1 “definisce ai fini della legge penale l’identità sessuale e le sue componenti”; l’articolo 2 “reintroduce, in luogo della propaganda, la condotta della diffusione, in qualsiasi modo, delle idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale; prevede nuovamente […], la condotta di incitamento in luogo dell’istigazione” con pena la reclusione fino a quattro anni in caso di atti di violenza, e da sei mesi a un anno e mezzo per istigazione alla violenza; l’articolo 3 coordina le disposizioni nuove con quelle della legge Mancino-Reale; l’articolo 4 dispone che “il tribunale applichi obbligatoriamente – e non solo facoltativamente, come fino ad ora previsto – con la sentenza di condanna, la sanzione accessoria dello svolgimento dell’attività non retribuita a favore della collettività da parte del condannato”; l’articolo 5 specifica che “la circostanza aggravante, nel caso di reati commessi per le finalità indicate […] deve essere sempre considerata prevalente dal giudice rispetto alle circostanze attenuanti riconoscibili all’imputato”.

La grossa novità sta nel fatto che vengono messe nero su bianco, ai fini della legge penale, l’identità sessuale e l’identità di genere, il ruolo di genere e l’orientamento sessuale. Questa sarebbe quindi la risposta ai rapporti di Amnesty International, che accusa l’Europa di non fare abbastanza in materia di legge, per tutelare i diritti umani contro i crimini d’odio omofobico e transfobico, senza tutelare poi le persone dalle persecuzioni e dalle violenze.

Se il disegno di legge venisse approvato, con l’aggiunta delle aggravanti che tanto hanno scosso il Pdl, significherebbe nei reati motivati dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere della vittima, riconoscere appunto la discriminazione e punirla severamente.

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