Il dilemma di Pechino tra inflazione e crescita

    Il governo cinese, in questi mesi, è alle prese con una questione che riguarda la sua economia rampante: l’inflazione.

    Schizzata al 5,1% a novembre, il governo di Pechino teme ora contraccolpi sociali di rilievo, a maggior ragione che l’aumento dei prezzi riguarda, per lo più, i beni alimentari, tanto che le autorità governative hanno aumentato le derrate, nei centri di stoccaggio, al fine di calmierare i prezzi.

    Ma ciò non può bastare. Si attendeva una politica monetaria più restrittiva da parte di Pechino; cosa che, al momento, non sta accadendo, sebbene fonti dell’informazione, vicine al governo, l’abbiano preannunciata.

    Ma ciò che, invece, viene annunciato con ufficialità da parte dell’esecutivo cinese è che il Paese non rinuncerà alla crescita, nell’affrontare e domare l’inflazione.

    L’obiettivo di una crescita vigorosa resta, dunque, primario per Pechino, che però non potrà continuare, a questo punto, con politiche di cambio sottovalutato, che resta la causa regina dell’inflazione. 

    Un cambio fisso sottovalutato, infatti, incentiva le esportazioni, facendo affluire nel Paese tanta valuta, che non si traduce in una rivalutazione del tasso di cambio, come avverrebbe in un libero mercato, a causa del vincolo posto dalle autorità centrali. Ciò, allora, si trasforma in una abbondante liquidità, che spinge i prezzi interni al rialzo.

    Converrebbe, dunque, anche ai cinesi rivalutare il renmibi, anche gradualmente. Staremo a vedere!

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