Il figlio campione e la famiglia di procuratori

Insegnare al proprio bambino i valori della vita e metterlo poi sulla retta via sono gli obblighi che qualsiasi genitore deve seguire. L’importante è che il ragazzo sappia prendere una via, sana e regolare, fatta di grandi passioni e sacrifici. Spiegare la vita a dei bambini è il mestiere più difficile del mondo ma esistono scorciatoie in grado di aiutarti, se fatte con criterio. In genere lo sport è la scuola più importante di vita, perchè ti mette a confronto con abitudini e persone diverse e ti fa capire da subito che senza sacrificio non puoi raggiungere nessun traguardo.

Per trasmettere tutto ciò serve un bel gruppo di ragazzi e un tecnico preparato soprattutto al livello umano. In questa formula perfetta nessuno ha mai parlato di genitori, la loro presenza sul campo per queste cose non è richiesta. Ma il genitore della nuova generazione è ormai il procuratore del proprio bambino. Non importa la ragione o il torto, non conta far capire determinati valori, l’importante è solo che il “bambino” abbia il sorriso stampato in faccia. La vita però presenta sempre il conto ed ha tantissime sfaccettature che quel sorriso potrebbero strappartelo di dosso. Lo sport in questi casi è la via migliore per poter cominciare un processo di crescita e capire da subito che bisogna convivere con tutto ciò.

Il genitore/procuratore però è una brutta razza difficile da estinguere, una razza divisa in due categorie, distinte tra loro con compiti ben precisi. Da una parte c’è lei, ossessionata dal maltrattamento subito dal suo piccolo, in ansia ad ogni suo gesto ed in preda al panico quando lui è in crisi o quando discute con un rivale. Vedere una partita giovanile (di qualsiasi sport) mette i brividi al solo ingresso in tribuna. Vicino all’urlatrice per eccezione poi c’è lui, il fuoriclasse, il mancato campione, l’uomo che ha lasciato solo per un grave infortunio che ne ha condizionato la carriera. Questa figura rappresentata dal padre ti accompagna dappertutto, ti asseconda in ogni tua folle richiesta ma soprattutto è pronto nel rivedere in te quello che lui non è potuto essere. Non importa se tu quello sport lo fai solo perché ti annoi a casa o perché il tuo compagno di classe si era già iscritto, per lui bisogna solo vincere. Per lui una sfida tra bambini di otto anni è paragonabile ad una finale a Wimbledon oppure a una partita di Champions League. La tensione è la stessa, lo stress pure, ma di diverso ci sono i protagonisti in campo, sicuramente non pronti ad uno spettacolo del genere.

Il cancro del calcio giovanile è tutto qui. Certo, generalizzare è da sempre la colpa più grande per chiunque ma il nostro invito è ad assistere ad una qualsiasi gara giovanile di e «godersi» lo spettacolo. Generalizzare purtroppo ti porta anche a non sottolineare invece quelle persone silenziose che osservano il loro figlio senza fiatare, lasciandolo cadere, discutere e farsi male fino a gioire, facendogli vivere tutti i tipi di emozioni che la vita ti riserverà. Quello che non pretende, che non ti asseconda e che se sbagli te lo fa notare, quello che ti corregge e che cerca di farti crescere perché nello sport l’importante non è vincere o sfondare, quello è solo un privilegio. L’importante è saper crescere in mezzo agli altri, sapersi rapportare e magari sciogliere, saper vivere nelle regole, rispettarle e metterle in dubbio quando sembrano ingiuste, ma sempre con umiltà, saggezza ed intelligenza. Queste persone, in una tribuna gremita dalla follia, non le noterai mai, ma spesso sono quelle che davvero fanno la differenza
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