Il Jobs Act è la proposta di un liberal che non si è preso sul serio

Non ci resta che piangere votare Mattero Renzi: questo è vero. E probabilmente lo faremo, tra stenti e ultime speranze. Ma dobbiamo ammettere sin d’ora con la più spassionata onestà intellettuale che non sarà stato giusto, in quanto non avremmo avuto altra scelta, e probabilmente si tratterà di un’ennesima delusione anche per i più affezionati sinistros italiani.

La riforma legislativa promessa dal Jobs Act renziano è l’anteprima di un rinnovamento sociale già mancato e, per questo, Matteo Renzi rappresenta la caricatura di se stesso. Non tanto per l’immagine che gli conferisce la sua comunicazione politica -una delle meglio organizzate sull’attuale piazza di spin doctoring italiana- quanto per le idee fuggite dal suo pensiero.

Dall’idea di impresa e di lavoro, a quella di libertà, giustizia e proprietà, sono molte le idee profughe, le sue, perché la visione dalla quale scappano via, nascoste fra le righe, eluse nel loro significato più profondo, sono le più importanti, oltre che le più pericolose una volta trasformate in legge. Il 9 gennaio scorso, con un tweet, il segretario del Pd ha annunciato ufficialmente la messa in opera de Il Nuovo Piano sul Lavoro, che vorrebbe riformare l’attuale Codice del Lavoro. Il grande obiettivo di questa riforma, aperta alla discussione con noi, è la riduzione delle forme contrattuali previste oggi dalla legge italiana. Fin qui tutto bene.

Limiti e virtù delle proposte, che intendono essere presentate entro otto mesi alle Camere, sono state già largamente chiacchierate da tutti i media e tutti gli opinionisti interessati al caso, ma va detto che al momento, lontano dal confronto parlamentare, resta del tutto sterile crocifiggere un Piano che è ancora soltanto uno schema ideale.

Ma l’inghippo dialettico vero e proprio di tutta questa faccenda politica ovviamente è altrove.

Sempre il 9 gennaio, mentre Matteuzzo twittava la riforma del secolo (e, per inciso, siamo tutti con lui), il sito istituzionale matteorenzi.it dava alla luce anche una lettera aperta sulle soluzioni per la legge elettorale.
Ed è qua che Matteo Renzi dimostra tutta la contraddizione in quanto unico esponente liberal in Italia: propone infatti la soluzione maggioritaria per non dare spazio a larghe intese ma, al contempo, si dimostra favorevole ad un bicameralismo, seppur imperfetto, che sostituirebbe l’attuale Camera del Senato con una Camera delle Autonomie Locali. La terza soluzione proposta, poi, riguarda il Titolo V della Costituzione, che verrebbe ritoccato nuovamente per scrivere un terribile ritorno alla centralizzazione di alcune importanti funzioni amministrative. Renzi vorrebbe dare vita ad un modello spagnolo, quindi, rivisitando il Mattarellum e riformando l’elezione del Sindaco: un mix da bomba atomica, insomma.

Sono parole a caso infatti, quelle del liberal d’Italia, che confonde gli ideali democratici che fondarono la Repubblica con quelli democristiani che fondarono la Prima Repubblica, impastandoli insieme con gli ingredienti tech di ultimissima generazione: amministrazione online, digitalizzazione delle pratiche, centralizzazione delle opportunità del Paese da ridistribuire in maniera egualitaria.

Il Job Act è la proposta di un liberal che non si è preso sul serio

Ovviamente, le regole della distribuzione le fa lui, il suo partito, che governerà, secondo legge elettorale, senza alcuna larga intesa. Matteo Renzi vuole trasformare l’ideale della giustizia sociale in opportunità reale per tutti i giovani di questo Paese. E per farlo, immagina, sogna, un’Italia in cui i punti di partenza siano uguali per tutti, in cui le differenze sociali, culturali, familiari del Paese, dove già solo il 10% della popolazione è un insieme di nuovi popoli immigrati, possano essere azzerate grazie ad una linea di partenza immaginaria, che però ancora non ci ha spiegato in che cosa dovrebbe consistere: in una riforma scolastica, forse? In qualcosa immaginata magari nel “nuovo Welfare” che, cancellata dal Titolo V, sarà, a rigor di logica, espletata dallo Stato? Non è dato saperlo, né capirlo.

Con tutte queste regole messe insieme, se solo qualcuno prendesse sul serio Renzi, visto che lui non lo fa, regnerebbe il caos totale, sarebbe un Paese tornato indietro vent’anni, che ripresenterebbe difficoltà di sviluppo così radicali che neanche un’opera di digitalizzazione massiva delle attività pubbliche e private del Paese potrebbe mai superare a causa delle sue leggi insulse.

Ma noi, in quanto elettori, possiamo uscire da questo inghippo dialettico e guidare Renzi verso una sintesi molto diversa da quella che leggiamo ora sulle sue bozze di legge.
Sforzandoci di capire quanto male è stato già scritto nella storia di questo Paese, faremmo bene ad avere la dignità di guidare i nostri rappresentanti non verso una fantomatica uguaglianza, quanto verso una giustizia sociale di cui abbiamo tanto bisogno per la crescita economica. E per farlo, occorre che ce ne convinciamo prima noi.

Anthony de Jasay, che è uno dei più grandi filosofi liberal viventi, ha ormai da anni aperto gli occhi ai giornali sulla pericolosità di ripetere a pappagallo questi luoghi comuni, senza peraltro comprenderli.

Il suo insegnamento oggi deve tornarci utile per capire che le parole politiche di Matteo Renzi sono nocive perché la loro falsità, messe insieme come fa lui, è di un tipo particolarmente pericoloso. Si tratta infatti di quelle falsità che generano altre falsità, che inducono ad adottare politiche confusionarie e dannose. Politiche conservatrici, e tutt’altro che di stampo liberale, di cui l’Italia non ha certamente bisogno.

Quel che è già chiaro, comunque, è che il Jobs Act si preoccupa in prima istanza di come affettare una torta, che è la ricchezza (si legga: produzione) dell’Italia. L’intenzione del nuovo Piano sul Lavoro è che la produzione sarà sì governata dalle leggi dell’economia, ma la grandezza delle fette e la loro distribuzione dovrà essere stabilita dalla società (si legga: Stato).

Il problema, non più politico ma economico, è che la torta a quel punto sarà già stata sfornata e le sue dimensioni non cambieranno a seconda di come verrà affettata secondo le regole. Basta soffermarsi un attimo a riflettere per capire che produzione e distribuzione sono due aspetti di un unico processo economico: la produzione viene distribuita nel momento stesso della sua creazione, perché i lavoratori ne ricevono una parte sotto forma di salario, i proprietari del capitale ne ricevono un’altra parte, sottoforma di interesse, gli imprenditori, a loro volta, ottengono il profitto, in cambio dell’organizzazione della produzione e del rischio connesso con questa attività. Quando la torta è cotta, quindi, in realtà è già stata affettata e tutti quelli che hanno partecipato alla cottura hanno già ottenuto la propria fetta. A questo punto alla società riformata dai renzinai non rimarrebbe più decisioni da prendere in merito alla distribuzione del prodotto.

Ed è qui la sua vera, pericolosa, riforma, perché è evidente che la politica di Matteo Renzi sta per intervenire principalmente sull’obiettivo della distribuzione, e non sul quello della creazione di nuova ricchezza, che è l’unica, ultima, nostra ancora di salvezza. Non è forse vero?
Per pensare la risposta, il consiglio è la spassionata onestà intellettuale di cui sopra.

[Credits immagini: “Crozza nel Paese delle Meraviglie” imita Renzi, tvblog.it]

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