Il PD di Renzi si spacca su Berlusconi e legge elettorale

Caos nel Pd e bufera sul governo. Le ultime dichiarazioni di Renzi hanno spaccato in due il Pd, tornato a dividersi ancora una volta su Berlusconi. Il 12 gennaio il neo segretario aveva dichiarato sulla legge elettorale e su un possibile incontro con Berlusconi che: “Per il momento non ne vedo la necessità, ma non accetto di escludere Forza Italia dalle riforme”. Due giorni fa, durante il #matteorisponde, aveva invitato a non mettere sullo stesso piano la vita privata del Cavaliere e la necessità di dialogare con una partito politico su riforme, come quella della legge elettorale, che devono essere quanto più condivise possibile.

Intanto, nella giornata di ieri, da Forza Italia è venuto fuori che il possibile faccia a faccia potrebbe esserci già entro questo week end. Questo incontro non piace all’ala cuperliana-bersaniana del Pd e, in vista della riunione di Direzione che si terrà oggi pomeriggio, ha lanciato strali nei confronti del neo segretario.

Probabile che si stiano preparando alla resa dei conti in direzione nazionale. “Il governo non può essere sostenuto dalla minoranza Pd. O Renzi si riconosce nel governo o non va avanti”, è il ragionamento dei bersaniani. E sulla legge elettorale la posizione è altrettanto netta: niente passi indietro e accordi con Berlusconi per sistemi, come lo spagnolo, che mettono tutto nelle mani del segretario che può scegliere i parlamentari, visto che la Consulta ha rimesso la palla al piede dei cittadini. Anzi, i contatti con il Cavaliere sarebbero da evitare e basta. “Immagino che Matteo sarà cauto su mosse che possano resuscitare politicamente Berlusconi e che non incontrerà un pregiudicato nella sede del Pd” ha dichiarato il deputato Alfredo D’Attorre.

Renzi ha affidato il suo pensiero a twitter: “Le regole si scrivono tutti insieme, se possibile. Farle a colpi di maggioranza è uno stile che abbiamo sempre contestato”. Ha poi rincarato la dose: “Ma come si fa a contestare chi discute delle regole anche con Forza Italia? È impossibile non considerare quello che dice il secondo partito italiano sulle regole. Poi sul governo, sulla politica e alle elezioni ce le diamo di santa ragione. Anzi facciamo delle regole che impediscano l’inciucio e le larghe intese per il futuro. Si dice contrario all’incontro chi con Berlusconi ci ha fatto il governo”.

La fronda che sta preparando il truppone dalemian-bersaniano sulla legge elettorale è insidiosa perché la compagine, al netto dei “giovani turchi” che stanno mostrando un atteggiamento più collaborativo, conta un centinaio di parlamentari. E si sta provando a riorganizzare, non solo attorno alla figura di Cuperlo, ma puntando anche su chi può rappresentare il salto generazionale, come l’attuale capogruppo Roberto Speranza. Tutti si ritroveranno in un vertice convocato da Cuperlo prima della Direzione, per inchiodare il segretario ad un sistema elettorale preciso, il doppio turno. “L’unico sistema che garantisce stabilità. E con la preferenza riuscirebbe a legare l’eletto all’elettore e cioè il Palazzo al territorio”, dice l’ex responsabile giustizia Danilo Leva. E visto che ora il doppio turno è il preferito dagli alleati di Letta, la sinistra punta i piedi.

Per evitare di cadere in qualche trappolone, la strategia di Renzi è quella di accelerare sul suo percorso e di trovare un’intesa di massima già dalle prossime ore. Anche per questo ieri ha visto il leader di Sel Nichi Vendola e Alfano. Incontro positivo il primo, freddo il secondo. Quella che si sta giocando è una partita a scacchi, con Berlusconi che venderebbe l’anima al diavolo per far cadere il governo e andare ad elezioni con il modello spagnolo di legge elettorale, Alfano, da parte sua, è stato chiaro: “Se fai l’accordo con Berlusconi sullo spagnolo sappi che noi usciamo dal governo e tu te ne assumi tutta la responsabilità. Poi voglio vedere come riuscirai a far passare la legge elettorale e la riforma costituzionale”. Sembrerebbe che ad avere il coltello dalla parte del manico sia proprio il vicepremier, perché sa che Renzi è consapevole che se cade il governo e si va alle urne, si vota con il sistema proporzionale che deriva dalla sentenza della Consulta, infilandosi, per di più, in un tunnel, senza un governo e con il capo dello Stato che magari si dimetterebbe.

Per di più, c’è quel pezzo di Pd che di accordi con il “Condannato” non vuole sentire parlare. Quei deputati, che qualche anno fa, quando il PDL faceva le leggi elettorali con Berlusconi Presidente del Consiglio, andavano in aula a dire: “Che vergogna, fate la legge elettorale senza di noi”, ricorda Renzi, che si prepara il terreno per l’incontro con l’ex premier: “Se ci vediamo con Berlusconi è per provare a chiudere”.

Quanto ai 5 Stelle, sono gli unici a non prendere parte a questo giro di valzer. La loro posizione è ormai chiara: nessuna apertura del Pd troverà riscontro tra i grillini, che rispediscono sempre al mittente tutte le proposte di riforma della legge elettorale, definite da Casaleggio ” astratte ed evidentemente incostituzionali”. Ha aggiunto: “Dopo la sentenza della Consulta, non è affatto indispensabile una riforma, perché non c’è alcuna vacanza normativa da colmare”. Di più: “Questo Parlamento non ha i titoli morali e politici per mettere mano ad una riforma del genere”.

Ancora una volta c’è il rischio di paralisi per un’infinità di polemiche montate ad arte che rischiano, come successo in questi anni, di impegnare il Paese in questioni inutili, quando ci sarebbero cose ben più importanti di cui occuparsi. Renzi ha imboccato una strada tortuosa e difficile per risolvere i problemi dell’Italia, caricandosi, da subito, di ogni responsabilità.

Al neo segretario, tuttavia, nessuno sta facendo sconti. Eppure, il voto delle primarie dell’8 dicembre non ha sancito semplicemente la nomina di un nuovo segretario, bensì la voglia di rottura col passato, con gli stilemi di una politica nauseabonda. Quel tipo di politica è stata spazzata via con un cappotto alla nomenclatura del PD, che finirà negli annali, per affidare a Renzi l’arduo compito di ricostruire dalle macerie. Il popolo delle primarie del PD, che ha fatto la sua parte assumendosi tutto il peso di una scelta votata al futuro, si aspetta lo stesso da tutti i rappresentati in Parlamento.

Eppure, per parafrasare Battiato, direi che ancora una volta sta vivendo strani giorni, in cui si parla di futuro, senza aver chiuso i conti con il passato. Giorni per qualcuno euforici nella convinzione che radicali mutamenti siano imprescindibili dalla ripresa del Paese, per altri avvilenti nel constatare il manifestarsi della tesi di Tomasi da Lampedusa per cui si invoca un cambiamento radicale perché equivarrà a nessun cambiamento.

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