Il quotidiano Libération senza immagini, a sostegno del fotogiornalismo

In concomitanza con l’apertura di Paris Photo, una delle fiere dedicate alla fotografia più importanti del mondo, il quotidiano francese Libération ha scelto la via della provocazione per mostrare la potenza e l’importanza della fotografia in un momento in cui l’industria editoriale si trova ad affrontare sfide senza precedenti: ha eliminato tutte le immagini dalla sua pubblicazione del 14 novembre.

Uno shock visivo. Per la prima volta nella sua storia, Libération viene pubblicato senza fotografie. Al loro posto una serie di cornici vuote che creano una forma di silenzio. E il disagio è evidente, l’informazione manca, come se avessimo fatto diventare muto il giornale. Senza suono, senza questa musica interna che accompagna la vista“, scrive Brigitte Ollier, giornalista della terza pagina di Libération.
Scegliendo di mantenere la consueta impaginazione, con gli articoli disposti intorno agli spazi in cui avrebbero dovuto essere posizionate le immagini, Libération è riuscito nel suo tentativo di mostrare il potere e l’importanza della fotografia nella nostra comprensione degli eventi mondiali.

Il giornale francese spiega la sua decisione con alcune parole di apertura in prima pagina: “Libération dimostra una eterna gratitudine alla fotografia, sia quella realizzata dai fotogiornalisti, che quella di fotografi di moda, ritrattisti, o artisti concettuali. La nostra passione per la fotografia non è mai stata messa in discussione, non perché serva ad abbellire, scioccare o illustrare, ma perché la fotografia dà il polso del nostro mondo. Scegliere il giorno di apertura di Paris Photo per lasciare queste immagini in bianco evidenzia il nostro impegno per la fotografia. Non stiamo seppellendo l’arte fotografica. Invece tributiamo alla fotografia l’omaggio che merita. Eppure, nessuno può ignorare la terribile situazione in cui oggi si trovano i fotoreporter. Soprattutto i fotografi di guerra che rischiano la vita, mentre a mala pena si guadagnano da vivere “.
Nel giornale è stato incluso anche un paginone con le immagini mancanti, questa volta con tutti gli articoli e i materiali scritti rimossi.

Il quotidiano fondato nel febbraio del 1973, tra gli altri da Jean-Paul Sartre, ha voluto sottolineare con questa iniziativa una situazione da più parti lamentata già da qualche anno. Alain Mingam, giornalista, fotografo, membro di Reporters sans Frontiéres, aveva recentemente dichiarato che si è osservata una modifica nel modo di intendere il reportage, che va al di là delle problematiche legate a internet e che attiene alla natura del supporto delle immagini, poichè la carta non è più il supporto prevalente. Oggi si usa ad esempio il web documentario.
Nel 1982 a Beirut, durante la guerra, le tv hanno iniziato con le “dirette”; era la prima volta che ciò accadeva e molti fotografi presenti in quei luoghi si erano prefigurati quello che sarebbe successo oggi. “La tv è una piovra che ha fagocitato tutta la sostanza del fotogiornalismo”, lo ha obbligato ad evolversi e a piegarsi al volere dei giornali che chiedono immagini glamour.

Secondo Neil Burgess, fondatore dell’agenzia NB Pictures, il vero punto della discussione è che le riviste non finanziano più progetti di fotogiornalismo, sono interessati solo a qualche foto che possa illustrare, o meglio decorare, l’articolo vero e proprio.
Si rischia di perdere una parte importante del giornalismo: i fotogiornalisti vanno a cercare i problemi o le storie importanti e le raccontano tanto con le parole quanto con le immagini, mentre oggi si punta di più agli eventi immediati e a storie usa e getta. “L’approfondimento è diventato qualcosa di sempre più raro e troppo costoso per le testate giornalistiche che preferiscono spendere i soldi in altri settori”.

In Italia c’è chi sostiene che“Il cambiamento iniziò nel 2001, al G8 di Genova, dove migliaia di manifestanti, armati di piccole telecamere, ripresero i momenti più drammatici della giornata, che finì con l’uccisione del povero Carlo Giuliani. Immagini che furono trasmesse sulle tv di tutto il mondo e sui siti web, e usate successivamente anche nei vari processi giudiziari”.
Quest’anno è morto anche Mario De Biasi, uno dei padri del fotogiornalismo italiano, divenuto famoso oltre che per gli scatti di personalità del cinema e dello spettacolo, anche per il reportage della rivolta di Ungheria nel 1956, commissionatogli da Enzo Biagi, che gli fece guadagnare l’appellativo di “italiano pazzo”.

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