Insieme nello sport, per la vita: un’intervista a Giusy Versace

Giuseppina Versace lavora e vive a Milano per il mondo della moda.

Nell’estate del 2005, in vacanza nella sua terra d’origine, la Calabria, Giusy era da sola sulla Salerno-Reggio Calabria quando si è imbattuta in una pioggia torrenziale che le ha fatto perdere il controllo dell’auto, finendo contro le barriere di contenimento stradale.
La violenza dell’impatto è stata così forte da tagliarle entrambe le gambe all’altezza del ginocchio. Da quel momento, salva per miracolo, la vita di Giusy si è trasformata.
Dal mondo della moda a quello dello sport il passo non è stato automatico, ma il bisogno di liberare il corpo dalle energie che lo comprimevano si è trasformato in desiderio di rivincita e, nel 2010, ha iniziato a correre.

La sua enorme forza di volontà l’ha fatta diventare nel giro di breve in una campionessa paralimpica.

Oggi è presidente della Disabili No Limits Onlus, un’associazione di raccolta fondi per donare ausili di tecnologia avanzata a persone disabili in condizioni economiche svantaggiate, ed è autrice del libro autobiografico Con la testa e con il cuore si va ovunque, in cui lancia il messaggio che non si corre solo per competizione, ma soprattutto affinché si riesca a migliorare la qualità della propria vita attraverso lo sport.

Con questa visione nasce la sua iniziativa “Insieme nello sport”, che proprio oggi parte da Milano con la prima tappa di un tour che percorrerà diverse città italiane, per diffondere il messaggio a sostegno del confronto, dell’integrazione e dell’autostima di chi vive una disabilità, a conclusione del quale saranno individuati quattro giovani disabili a cui destinare protesi e sedie a ruote sportive.

Ho avuto il piacere di intervistare Giusy Versace su questi argomenti ed ecco il risultato della nostra chiacchierata.

Perché pensi che ci fosse bisogno di un tour come “Insieme nello Sport”?

A seguito di numerosi confronti sul territorio nazionale mi sono resa conto che riguardo allo sport paralimpico in giro c’è ancora molta ignoranza, nel senso di non conoscenza, sia tra i disabili stessi che tra la gente che con la disabilità non ha contatto. Mi piaceva l’idea di portare in piazza un assaggio di cosa i disabili possono fare grazie allo sport. Soprattutto, grazie anche alla collaborazione tra Disabili No Limits e Ossur, vogliamo far vedere alla gente cosa la scienza ha inventato negli ultimi anni.

Usi il termine “Sport” con la lettera maiuscola: quanto e come è cambiata la tua definizione di sport dopo essere diventata una campionessa paralimpica?

Ho sempre pensato che lo sport, non necessariamente agonistico, faccia bene a tutti e a tutte le età. Adesso ancor di più ho capito che per molti disabili lo sport non è solo un modo per svagarsi o tenersi in forma, per molti è soprattutto un’opportunità di integrazione sociale. Peccato che ad oggi lo Stato non aiuti in questo senso e la verità è che per molti fare sport sembra essere un lusso. Anche per questo ho fondato la Onlus Disabili no limits, per aiutare chi non ha possibilità economiche donando ausili evoluti a seconda dei casi.

Sei consapevole di essere anche l’esempio per moltissime persone, indipendentemente dal tipo di sofferenza che può colpirle?

Solo negli ultimi tempi, e dopo aver scritto il mio libro autobiografico, ho iniziato a realizzare di essere diventata esempio e stimolo per molti. La cosa fa piacere da un lato ma dall’altro mi spaventa un po’. Io non so se sarò all’altezza di tante aspettative, continuo a vivere cercando di fare cio’ che mi suggerisce il cuore e la coscienza.

Come gestisci la visibilità intorno la tua persona?

La visibilità …bè, un po’ dura da gestire soprattutto perchè sono sempre stata un tipo se pur molto estroverso, altrettanto riservato. Prima di iniziare a correre avevo messo in conto che il mio nome avrebbe suscitato e alimentato ogni forma di curiosità attorno alla mia persona. Ho accettato di mettermi in gioco solo pensando che la mia storia e il mio percorso potessero stimolare altri disabili a uscire di casa e non vergognarsi. E poi, ho delle persone splendide accanto che mi aiutano a gestire al meglio anche questo aspetto.

Ritieni che essere donna, soprattutto appartenere al mondo della moda, sia stato per te un motivo di difficoltà in più durante il tuo percorso di accettazione e riabilitazione fisico e psicologico?

Tra le due forse di più l’essere donna che appartenere al mondo della moda. L’aspetto più duro da gestire è stato il mio nuovo rapporto con lo specchio e con l’armadio. Ma la mia esperienza nel campo della moda mi è tornata utile perché ho trovato presto la ricetta. Ho provato a vestirmi in modo alternativo e ho capito che una donna si può sentire carina e accettata anche con un jeans e una ballerina o una sneackers. Per quanto io adorassi mini gonne e tacchi alti, ho imparato che se ne può fare a meno.

Insieme nello sport, per la vita: un'intervista a Giusy Versace

Cosa si potrebbe fare per aumentare l’accesso agli strumenti di riabilitazione e competizione sportiva?

Ci vuole semplicemente più amore, più solidarietà e più informazione. La volontà c’è, basterebbe che lo Stato aggiornasse il Nomenclatore Tariffario Nazionale per rendere lo sport diritto di tutti coloro che volessero provare a farlo.

Immaginati per un attimo ministro dell’istruzione italiano: quali sono le priorità che stabilisci?

Innanzitutto proporrei corsi di aggiornamento seri per i professori e poi dei programmi di educazione fisica alternativa. Cioè incontri sportivi tra disabili e normodotati. Ad oggi, in molte scuole, ahimè, l’ora di educazione fisica è vissuta come l’ora d’aria. Ci sono tanti prof validi ma molti altri che se ne fregano e anziché motivare i ragazzi, guidarli verso una o più discipline lasciano che si perdano per strada.

Ti racconto una cosa: di recente ho conosciuto un ragazzo di undici anni amputato a una gamba e durante l’ora di educazione fisica, non potendo correre coi suoi compagni ha chiesto aiuto al prof. Lui gli ha risposto “siediti e approfitta per riposarti. Non so che farti fare” …ecco quel tipo di prof da licenziare in tronco! Questa non la definirei affatto Educazione allo Sport!

Indebiteresti l’Italia per vedere realizzate le Olimpiadi qui da noi?

No! Non indebiterei l’Italia per vedere le Olimpiadi da noi. Per fortuna il 1900 è passato e siamo nel 2013 basterebbe solo che le numerose TV italiane, sopratutto le reti pubbliche principali, mostrassero le immagini anche dello sport paralimpico e non solo calcio o Formula 1.
Londra2012 è stato secondo me l’evento del secolo. Le paralimpiadi sono state di un livello cosi elevato che non avevano nulla da invidiare alle olimpiadi. Eppure sulle principali reti televisive pubbliche non si è vista neanche la cerimonia di apertura o chiusura dei giochi.

Non ci vogliono tanti soldi per educare la gente, basterebbero amore e buona volontà!

[Credits: La prima foto è di Manuela Merlo, Campionati Italiani Assoluti, 2013; la seconda foto invece è di Giancarlo Colombo, Meeting di Atletica Leggera Notturna di Milano, 2011]

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