Non si può fermare il progresso. A realizzarlo non un anziano novantenne rinchiusosi per anni in una torre d’avorio, bensì il ministro della Cultura iraniano Ali Jannati. L’apertura verso il web sembra imminente da parte di Teheran anche dopo i dati che parlano chiaro: nonostante il veto del 2009, ben quattro milioni di iraniani sono su Facebook. La consapevolezza viene ribadita in poche parole: «Non possiamo limitare la tecnologia con il pretesto di proteggere l’Islam».

Tecnicamente in Iran avere un account social su Facebook o Twitter non è illegale, ma la trappola sta in un cavillo: se si vuole accedere ai social network lo si può fare solo attraverso network privati (Vpn) che sono illegali. I numeri sono impressionanti: gli iraniani che utilizzano Internet sono almeno 30 milioni e nella capitale il 71% della popolazione è munito di parabola satellitare che permette la visone di programmi vietati.

Ecco perché un aggiornamento del regolamento andrebbe fatto subito, perché altrimenti la farsa continuerebbe troppo e forse in Iran non se lo possono permettere ancora per molto. Le restrizioni erano nate in un periodo storico particolare, nel quale la rivoluzione dei social network era quasi solo all’inizio ma per qualcuno rappresentava il modo perfetto per crearne un altro di momento storico: quando per organizzare i cortei e le manifestazioni di protesta contro la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, tutto avveniva tramite Twitter.

Ma un controsenso incredibile lascia perplessi: sì, perché a usare Twitter sono molti politici e non uno a caso, il presidente Hassan Rohani. Poi è la volta del ministro degli Esteri e della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, utente molto attivo di Twitter che ha anche un account su Instagram. Forse da qui la necessitá di mantenere un qualche controllo, fino ad ora per altro mal riuscito?