Iran, dubbi su affluenza. Filo-Khamenei avanzano alle urne

    Erano quarantotto milioni gli iraniani che ieri sono stati chiamati alle urne, per rinnovare i 290 deputati del Majlis, il Parlamento della Repubblica islamica dell’Iran. Il primo quesito che bisognerà sciogliere è su quanti elettori si siano recati effettivamente a votare. Intorno a questo dato si è svolta una sorta di guerra mediatica tra l’ayatollah Khamenei e i gruppi di opposizione del Consiglio Nazionale della Resistenza. Questi ultimi sostengono da giorni che la Guida spirituale avrebbe già pre-determinato il dato sull’affluenza, che ufficialmente dovrà attestarsi intorno ai due terzi degli aventi diritto; soglia minima accettabile per il regime, affinché non si gridi alla debolezza delle istituzioni della rivoluzione.

    Sarà un caso, ma il dato che questa mattina viene fornito a livello ufficiale parla di una partecipazione al voto del 67%, esattamente quanto era stato preannunciato dagli oppositori. Eppure, a guardare le immagini che i reporter stranieri hanno immortalato per le strade e in corrispondenza dei seggi, pare che di gente alle urne ce ne fosse davvero poca.

    Il regime ha anche allungato l’orario di apertura dei seggi, spostandolo dalle ore 18 alle ore 21. Ufficialmente, per consentire alle persone di votare, in seguito alla folta partecipazione, nella realtà un escamotage per innalzare il livello di affluenza, che già dalla prime ore sembrava essere piuttosto scarso. Ma con questo dato ufficiale, sebbene forse non reale, adesso la Guida potrà disinnescare sul nascere le critiche occidentali, che avrebbero puntato sullo scarso appeal del regime e come aveva sostenuto nei giorni scorsi Khamenei, gli USA avrebbero attaccato l’Iran, nel caso l’affluenza sarebbe stata bassa.

    Ma la sostanza non è tanto e solo l’affluenza, quanto il risultato di chi abbia vinto o perso questa tornata elettorale. Risultati ufficiali non ce ne sono ancora. E’ molto probabile che saranno comunicati domani mattina, anche se già si possono fare alcune valutazioni parziali. Premettiamo che in Iran è vietato presentare liste vere e proprie; si possono creare solo alleanze elettorali, ma non vige il modello multi-partitico.

    Sulla base dei primi dati, sappiamo i risultati dei primi 60 eletti con certezza. Ebbene, 46 sono gli ultra-conservatori vicini all’ayatollah Khamenei, 11 sono vicini alla fazione conservatrice del presidente Mahmoud Ahmadinejad e tre sono liberali. E per quello che si apprenderebbe ufficiosamente, i candidati vicini a Khamenei sono avanti nello spoglio sia nella capitale Teheran che nelle altre province. E non è tutto. La sconfitta per il presidente iraniano si starebbe palesando molto anche sul piano personale. La sorella minore Parvin è stata sconfitta da un candidato dell’ayatollah nel collegio di Garmsar, a 60 chilometri a sud-est della capitale.

    Questo episodio clamoroso segna un vero schiaffo morale e politico ad Ahmadinejad, dopo quello fisico subito in occasione degli scontri tra polizia e manifestanti dell’Onda Verde, alla fine del 2009.

    Ieri, gli oppositori che si rifanno proprio a questo movimento sono stati invitati dai loro leader a non recarsi alle urne, per non legittimare un voto, che vede esclusi proprio i capi dell’Onda Verde, Hossein Moussavi e Mehdi Karoubi. I due sono in carcere per sovversione.

    Tuttavia, non tutti i riformisti hanno risposto all’appello. Ai seggi, ad esempio, si è recato l’ex presidente Mohammad Khatami, il quale non si è detto d’accordo con l’idea di disertare il voto. Ma proprio questa diserzione potrebbe avere inciso sulle percentuali effettive che usciranno in favore dell’uno e dell’altro candidato.

    Inoltre, non si dimentichi il fatto che il processo elettorale in Iran è seguito e scremato dalla Guida, che appone il suo placet alle candidature e ha il potere di impedire la corsa ai candidati “indesiderati”. Per questo, sui 3.440 ammessi, Ahmadinejad non ne ha autorizzato nemmeno uno con la sua firma, ma erano tutti tollerati o apertamente appoggiati da Khamenei.

    E così, nei due anni del secondo mandato che restano al presidente si preannuncia la formazione di un Parlamento a lui più ostile di quello odierno, con un forte ridimensionamento della sua personalità politica, battuta dall’autorità religiosa e da una crisi economica, che si è espressa ieri, anzitutto, con la fuga dai seggi.

    Per l’Occidente, invece, la notizia è tutt’altro che positiva. Una vittoria quasi ormai certa di Khamenei implica la prosecuzione del programma nucleare, la possibile rottura con le cancellerie occidentali anche sulla questione del blocco dello stretto di Hormuz, una escalation di toni e minacce, che riguarderanno inevitabilmente anche il dossier Siria.

    La sconfitta di Ahmadinejad si deve essenzialmente al forte malcontento popolare per un’inflazione ormai al 22%, un tasso di disoccupazione ufficiale al 15%, ma che pare sia persino al 40%, mentre il rial, la moneta iraniana, si è svalutata negli ultimissimi mesi del 40% contro il dollaro. Il presidente ha annunciato agli inizi di febbraio tagli alla spesa pubblica del 6,5%, mentre incombono le sanzioni di USA e UE, che potrebbero aggravare la crisi.

    Di questo sono coscienti gli elettori, che nonostante la propaganda del regime, sanno benissimo che le conseguenze ancora peggiori che potrebbero subire siano da addebitare alle istituzioni di Teheran, in perenne contrasto con mezzo mondo e il cui estremismo viene pagato solo dalla popolazione civile.

     

     

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