John Elkann: Giovani disoccupati perché pigri e privi di ambizione

Dopo il “bamboccioni” di Padoa Schioppa, lo “sfigati” di Martone e il “choosy” della Fornero, questa volta i giovani sarebbero: «modesti, privi di ambizione, pigri e viziati». Questa la causa della disoccupazione giovanile secondo John Elkann, presidente Fiat -e anche della Exor S.p.A. e della Giovanni Agnelli e C. s.a.p.a.-, espressa durante un incontro con gli studenti a Sondrio. Secondo «uno dei manager under 40 più influenti al mondo», come lo ha definito Fortune, i ragazzi faticano a trovare lavoro non perché non vi sia domanda, ma al contrario perché mancherebbe l’offerta.

Ha ragione. Effettivamente di occasioni ce ne sono molte. Dall’impiegato comunale all’architetto o ingegnere, per non parlare poi dei lavori creativi, sono molte le opportunità che questo Paese offre ai giovani. Peccato che ci sia una condizione che complica un po’ tutto: lavorare gratis, senza percepire nemmeno un euro per le prestazioni lavorative. O essere (sotto)pagati dopo mesi e mesi di attesa e dopo aver pregato e insistito fino allo sfinimento per farsi corrispondere quello che spetta. Peccato che a queste condizioni sia difficile potersi permettere un affitto e quindi non vivere più con i genitori, pagare le bollette, progettare e realizzare un futuro autonomo.

Ma oggi per esempio, in Toscana, c’è un 8,5% di imprese agricole gestite da giovani under 40. Così, tra le quasi 300 mila imprese nate tra l’inizio del 2013 e la fine di settembre, oltre centomila (il 33,9%) hanno alla guida uno o più giovani con meno di 35 anni di età. Situate prevalentemente a sud, dove ha sede il 38,5% delle nuove imprese giovanili, con quasi 40 mila attività aperte in nove mesi. Settori prediletti sono quello commerciale, delle costruzioni e della ristorazione. Contributo determinante per consentire al “sistema azienda” italiano di mantenere in attivo il bilancio tra aperture e chiusure di imprese, anche se di poco.

Certo, molto più facile lamentarsi e criticare i giovani piuttosto che analizzare la situazione partendo da dati reali. Ed è anche vero che i giovani che protestano si vedono e si sentono, sui giornali e in tv si fa a gara per aggiungere dettagli e particolari su qualche ferito e sui danni provocati dai giovani durante le manifestazioni. Mentre quelli che costruiscono non fanno rumore, per cui si ignorano.

Quello che è cambiato dagli hippy e dagli anni Settanta, forse, non è tanto la protesta e l’intraprendenza dai giovani, ma un ormai disperso senso della collettività e della condivisione. Se l’ideologia a cui facevano riferimento gli hippy promuoveva la pace, l’amore, la fratellanza e la libertà personale, oggi le cose che si promuovono sono, al contrario, la sopraffazione, l’opportunismo, l’interesse per il proprio tornaconto personale. E da soli è quasi impossibile sperare di poter cambiare le cose, soprattutto in maniera molto evidente e radicale. Ma anche più semplicemente costruire qualcosa che abbia la velleità di durare nel tempo. Anche da un punto di vista meramente economico, infatti, le imprese individuali sono, sì, la forma più semplice per operare sul mercato, ma anche la più fragile.

Forse, dunque, non è né l’ambizione né la volontà a mancare, ma quel senso di collettività e collaborazione .

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