A Kiev è guerra civile, decine di vittime e la condanna dell’Europa

La tregua a Kiev non ha dato alle fazioni in lotta neanche il tempo per riprendere fiato. Le violenze tra filogovernativi e manifestanti sono infatti riprese più sanguinose che mai: ormai si può parlare a buon diritto di guerra civile, con la stima dei morti che cambia a seconda che a riportarla sia l’opposizione o il governo, ma che continua comunque a salire.

Il capo del servizio medico dei manifestanti ha parlato alla Cnn di circa cento vittime, mentre dall’altro lato della barricata il governo continua a sostenere che, da martedì, sarebbero morte 64 persone.
Pare certo invece che i feriti siano sui cinquecento e che a provocarli siano state armi da fuoco con proiettili veri, e non in gomma: segno che anche la polizia sembra aver rinunciato ad ogni forma di tolleranza.

Il presidente ucraino Viktor Yanukovich è già stato ammonito dall’Europa e dall’America. Si è concluso ieri proprio a Kiev, a due passi dalla protesta, l’incontro tra quest’ultimo ed i ministri degli Esteri francese, polacco e tedesco: «Dirò che bisogna fermare la violenza, che è evidentemente inaccettabile, e che ci apprestiamo questo pomeriggio ad adottare sanzioni contro i responsabili della violenza» aveva dichiarato il francese Laurent Fabius. In sei ore di colloquio, i tre ministri hanno presentato un piano che prevede la nomina di un governo ad interim, una riforma della Costituzione ed elezioni presidenziali e legislative, secondo quanto riportato dall’agenzia tedesca Dpa.

La stessa Europa per cui si era cominciato a combattere, dunque, è sempre più all’erta: il presidente Barroso ha fatto sapere che «La cosa più immediata da fare è fermare subito la violenza», che «non si possono dimenticare le immagini di questi giorni e le tragiche morti e per questo oggi si riunisce il consiglio esteri straordinario», in cui verranno decise sanzioni «contro i responsabili della violenza e l’uso eccessivo della forza».

L’augurio adesso è che dalle parole si passi ai fatti, visto e considerato che l’escalation di violenza sta raggiungendo limiti mai visti: valga per tutti il drammatico tweet dell’infermiera 21enne raggiunta al collo da un proiettile, un drammatico «sto morendo» inviato al mondo in un secondo. Alla violenza si risponde con la violenza e se, da una parte, il ministero dell’Interno accusa i manifestanti di tenere prigionieri 67 poliziotti, dall’altra il Telegraph denuncia la presenza di cecchini del governo.

Evacuato il palazzo del governo e quello della Verkhovna Rada, sede del Parlamento ucraino, agli abitanti di Kiev è stato sconsigliato di scendere in strada e di prendere l’automobile. Le immagini degli scontri che viaggiano sul web riecheggiano guerre che in occidente sembrano sempre troppo lontane, mentre invece la realtà è che si avvicinano di giorno in giorno. La protesta era originariamente nata all’indomani del rifiuto di Yanukovich di entrare nell’Unione Europea, dopotutto; solo in seguito è sfociata nel conflitto più generale tra un popolo stanco e il suo governo filo-sovientico.

Ma qualcosa sembra muoversi anche tra i vertici del potere: si parla infatti di un ammutinamento all’interno del ministero degli Esteri, sulla cui pagina facebook si può leggere che «è giunto il momento di un compromesso. Chiediamo a tutte le parti di fare tutto il possibile per fermare il bagno di sangue nel nostro Paese». La comunicazione infatti, secondo Serhiy Sydorenko, corrispondente da Kiev del quotidiano russo Kommersant, non sarebbe confermata dal ministro.

Anche in Italia si stanno prendendo provvedimenti. Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha infatti rimarcato come la priorità sia che il paese “non esploda” e che è necessario «un dialogo critico, anche molto serrato, con i russi».
Già oggi, intorno alle 16.00, l’ambasciatore ucraino a Roma Yevghen Perelygin verrà ricevuto dal vice ministro Marta Dassù.

[Foto credits: Ansa]

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