La bufala del premier eletto dal popolo

Mentre Palazzo Chigi saluta un ennesimo, nuovo inquilino, la perplessità degli italiani vira sempre più pericolosamente verso la rabbia. Paradossalmente, a farsi portavoce dell’indignazione generale è stato il tanto esecrato Silvio Berlusconi: «sono l’ultimo presidente del Consiglio che è stato eletto dal popolo» ha detto infatti durante la campagna elettorale di Ugo Cappellacci in Sardegna.
Proprio in questo risiede la sensazione di impotenza del popolo italiano: nell’essersi trovato imposto un ennesimo capo di governo senza aver avuto voce in capitolo.

Se solo quest’ultima uscita del Cavaliere non fosse un inciso costituzionalmente errato. Secondo l’articolo 92 della Costituzione italiana, infatti, è il Presidente della Repubblica a nominare il premier e, su proposta di questi, i ministri. Andando avanti, l’articolo 94 dichiara che il Presidente del Consiglio e i suoi ministri devono ottenere la fiducia da entrambe le camere del Parlamento. Niente fiducia, niente legittimità.

In sintesi: il premier è eletto dal presidente della Repubblica, il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento e il Parlamento è eletto dai cittadini. Sarebbe bene ricordarlo, se non altro per poter evitare di cadere nei tranelli con cui grandi comunicatori come Berlusconi o Grillo attirano il proprio elettorato, prospettando il miraggio di una democrazia che, a tutt’oggi, non corrisponde a quella su cui poggia la Repubblica Italiana. Per quanto possa piacere a sempre meno persone, infatti, viviamo ancora in una repubblica parlamentare.

La questione potrebbe allora spostarsi sul principio in base al quale il Presidente della Repubblica sceglie quello del Consiglio dei ministri. Di prassi, viene nominato il candidato premier del partito che ha ottenuto la maggioranza dei voti in Parlamento; il senso è quello di trovare la persona che possa raccogliere il massimo consenso all’interno delle camere. Ecco come mai, appena rieletto Presidente Giorgio Napolitano, il governo è finito in mano ad Enrico Letta.

Un Letta che durante le elezioni politiche del 2013 si era visto e sentito ben poco, ma che comunque ha garantito la copertura dell’esecutivo per dieci mesi – prima dell’ultimo colpo di mano da parte di Matteo Renzi, segretario del suo stesso partito. E il popolo, anche in quel caso, non ebbe voce in capitolo.
Come non la ebbe quando fu il turno di nominare Mario Monti al posto di Berlusconi, nel 2011; e quando fu la volta di Berlusconi stesso, nel 2008.

Stavolta però è diverso: il Presidente Napolitano non ha decretato praticamente nulla e la nomina di Matteo Renzi come premier è il risultato delle manovre di un partito solo. Si tratta del partito che rappresenta la maggioranza in Parlamento, vero, ma pur sempre un partito solo.
Si potrebbe tuttavia obiettare che Renzi deve pur esser stato votato da qualcuno: in effetti, si tratterebbe del milione e passa di voti che il sindaco di Firenze ha raccolto lo scorso otto dicembre durante le primarie del Partito Democratico, aperte anche a chi non ne fosse membro.

Di certo però un milione di voti sono pochi, rispetto agli oltre cinquanta milioni di italiani aventi diritto. Ma, almeno dal punto di vista formale, sembrerebbe esserci ben poco di illecito.
Forse allora il problema è altrove: forse andrebbe ricercato nella ormai riconosciuta crisi della democrazia in Italia.
Ma, a quel punto, più che con l’ennesimo Matteo Renzi ci sarebbe da prendersela con l’intera nostra forma di governo.

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