La chiamavano democrazia

In un clima politico sempre più surreale, tanto che neanche Orwell o Kafka avrebbero mai potuto arrivare a delinearne uno simile con la loro capacità immaginativa, perfino a Berlusconi bisogna dare ragione. «Questa non è democrazia», ha detto dalla Sardegna, elargendo la sua benedizione a Renzi, proprio come fosse un padre della patria costretto all’esilio.
Il cavaliere decaduto probabilmente lo dice solo per una questione di propaganda, quella meramente sua personale, che ha ripreso non appena nuovi spiragli nelle trame politiche del Paese si sono aperti, lasciando spazio ad una nuova crescita dei consensi proprio verso di lui, povera vittima di un sistema «comunista» che lo vuole fuori dai giochi.

Eppure, anche se per le ragioni sbagliate, Berlusconi stavolta potrebbe avere proprio ragione. E non perché anche Renzi è l’ennesimo premier italiano nominato senza passare per le urne, o meglio passando per quelle di un solo partito, il Pd che alle primarie ha richiamato tre milioni di votanti tra gli oltre 50 milioni di italiani che avrebbero avuto diritto al voto in una vera tornata elettorale.
Ma gli italiani, si sa, a votare non ci vanno più. Sono sfiduciati, sono stanchi, sono demoralizzati. Semplicemente non ci credono più, né ai programmi politici sbandierati durante le campagne elettorali e poi puntualmente disattesi per far spazio a interessi economici e finanziari più grandi, talmente subdoli, contorti e poco limpidi da non poter essere compresi e risolti alla luce del sole; né ai progetti di riforme che finiscono per non realizzarsi mai, lasciando sempre per aria i più grandi problemi politici del Paese, perché nessuno probabilmente ha davvero interesse a risolverli.

Ma la questione della democrazia è molto più profonda e riguarda anche una struttura culturale europea perduta o forse mai posseduta. Lo ha detto Chomsky poco tempo fa, ben prima che arrivasse la campagna promozionale del libro di Friedman: «La democrazia in Italia è scomparsa quando è andato al governo Mario Monti, designato dai burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori». E lo scandalo non è tanto che Napolitano stesse già armeggiando ben prima della caduta del governo Berlusconi, ma è dato dalle modalità con cui queste decisioni vengono prese. Ancora una volta modelli economici, interessi in mano a banche e burocrati che avrebbero perfino il potere di stabilire se far salire o scendere questo beneamato spread, a seconda che le decisioni dei vari governi vadano incontro o, viceversa, si scontrino con il disegno precostituito.

In effetti Chomsky è un linguista oltre che un filosofo e per questo la democrazia è anche questione di parole. Siamo stati abituati alla violenza nel linguaggio politico, specie ultimamente, quando si sono raggiunti livelli di bassezza degni davvero di una “fattoria degli animali”, ma questo è sintomatico. La violenza del linguaggio in sé non è un problema, perché è frutto di una sorta di esasperazione generalizzata che così trova sfogo. Il problema è ciò che questa violenza dice su alcune cose. Come ricorda Carofiglio in La manomissione delle parole – un libro che parla tanto di parole ma dice soprattutto della deriva politica del nostro Paese -, Gustavo Zagrebelsky ha detto: «Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia, più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica».

Per Zagrebelsky, che altri non è se non il costituzionalista che ha avuto l’onere e il coraggio di commentare il paradosso derivante dalla bocciatura del Porcellum – da cui poteva discendere il caos totale – il decalogo ideale dell’etica democratica dovrebbe comprendere «la fede in qualcosa, la cura delle personalità individuali, lo spirito del dialogo, il senso dell’uguaglianza, l’apertura verso la diversità, la diffidenza verso le decisioni irrevocabili, l’atteggiamento sperimentale, la responsabilità dell’essere maggioranza e minoranza, l’atteggiamento altruistico» e, infine, la cura delle parole. Perché le parole non sono importanti in nessun altro sistema di governo come in democrazia, in cui base insostituibile dovrebbero essere discussione, ragionamento comune, circolazione delle opinioni e dialogo.
Proprio il dialogo insegnatoci dagli umanisti, eredità che avrebbe potuto essere fiorente specie in Italia, specie nella bella Firenze di Renzi, e che invece abbiamo dimenticato perché qualcuno ha smantellato gli strumenti che potevano davvero permetterci di capire e di opporci, di avere consapevolezza di ciò che accadeva.

L’informazione è ormai per lo più fatta dal web e sul web e per questo un po’ di tenerezza suscitano anche i grillini, che pensano di avere la conoscenza in mano, e ingenuamente sostengono le loro proposte e le loro battaglie, che a volte sembrano essere davvero condivisibili dalla maggior parte degli italiani. Eppure non hanno i mezzi per portarle avanti come andrebbe davvero fatto, perché gli manca una chiave essenziale della crescita umana e democratica, ovvero la consapevolezza dell’importanza della formazione. Questa ancora non si fa su internet. Si alimenta, invece, con i libri, gli stessi che, inconsci della gravità di quel gesto, i Cinque Stelle bruciano. Si crea e si matura con la scuola e l’istruzione. E il punto centrale di questa povera democrazia, mai davvero realizzata, è proprio questo.

Bisognerebbe ricordarlo a Berlusconi che è stato anche lui a smantellare, distruggere e dissanguare il sistema scolastico italiano. Azzerare il potere critico di un Paese non significa solo prendere più voti. Il rischio è quello di creare superficialità e scarsa capacità di scelta, oltre che difficoltà di comunicazione, dunque avere un popolo che va un po’ dove tira il vento, perché non è in grado di discernere, selezionare e quindi anche ribellarsi a ciò che gli accade.

Forse è davvero ora di tornare a interrogarsi sul senso di questa parola, la democrazia, il cui significato etimologico è quello di “governo del popolo”, vale a dire un sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dall’insieme dei cittadini, ma il cui concetto non si è mai cristallizzato in una sola versione o in un’unica concreta traduzione, sebbene questo tentativo di fissarne l’assolutezza sia stato fatto più volte, non ultimo nella Costituzione europea del 2003.

Qui, come spiega Luciano Canfora, in un libro intitolato appunto La democrazia, coloro che hanno elaborato quel testo hanno pensato di imprimere un marchio nella nascente Costituzione, il segno di una discendenza greco-classica, e hanno per questo anteposto una citazione al preambolo. Si tratta di una citazione tratta dall’epitafio che Tucidide attribuisce a Pericle: «La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero», parole scomparse poi nella redazione definitiva. Si trattava però di una falsificazione dell’originale citazione, che non ha un peso solo filologico, ma anche sostanziale, dal momento che Pericle nel discorso che Tucidide gli attribuisce, esprimerebbe, secondo Canfora, un significato ben più dilemmatico. Ponendo in pratica in antitesi «democrazia» e «libertà», si esprime con queste parole: «[…] nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà».

«La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico è democrazia per il fatto che nell’amministrazione, esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza». Dunque nulla a che fare né con il potere né con il popolo.

[Nella foto un’opera di Urban Solid]

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