La cultura fa paura (ai manager). Troppo qualificati per lavorare

Da una ricerca di Almalaurea i manager laureati inseriti nelle aziende risulta essere una percentuale estremamente ridotta rispetto alla media europea, e questo è il primo dato di fatto da cui far partire un ragionamento con il quale vorrei disegnare la logica schizofrenica con cui il nostro Sistema vorrebbe e dovrebbe riqualificare le proprie aziende non “per uscire dalla crisi”, ma per affrontare questo nuovo mercato che di critico ha ormai solo la cecità di chi crede “che passi”.

Il fenomeno del doppio curriculum, quello in cui si nasconde la laurea e quello in cui la laurea magicamente riappare è un fenomeno tutto italiano; non esistono altri esempi su scala mondiale. In altri tempi, quelli dei nostri padri, il titolo di studio, dopo anni di sacrifici propri e della propria famiglia, veniva gloriosamente esposto sulle pareti, prima di casa e poi del proprio ufficio a onore e gloria dei vivi e dei posteri. Un rito cancellato dalla banalità di una frase estratta dal “megadizionario delle scuse ignobili del perfetto meschino” che si agita nei meandri di qualche Ufficio di Selezione del Personale. La frase in oggetto è: “Mi spiace, ma per questo lavoro lei è troppo qualificato” (scandire bene e ripetere con calma).

Analizziamola con cura, perchè la frase, apparentemente banale e priva di alcun senso logico, soprattutto se la immaginate enunciata con la voce metallica di un omino vestito di grigio il cui biglietto da visita contiene più titoli di quelli dei libri letti in vita sua, nasconde una quantità di informazioni inverosimili.

“Mi spiace”. E ci credo bene. Hai messo un’inserzione in cui cercavi un fenomeno con competenze rintracciabili in non meno di 5 persone diverse, che attraversasse la Penisola in lungo e largo 3 volte alla settimana (quindi, perchè mai dovrebbe conoscere alla perfezione due lingue oltre l’italiano?), laureato a pieni voti e con esperienza in gestione di persone e di progetti.
Mi hai fatto venire 3 volte a colloquio a 200 km da casa mia per farmi conoscere nell’ordine:
– una ragazzina un pò timida che mi ha fatto una serie di domande le cui risposte erano rintracciabili perfettamente nel CV (la domanda più complessa è stata: “qual’è stata la sua ultima esperienza”)
– il responsabile del Personale che dopo avermi raccontato la sua vita non ha saputo dirmi con precisione che tipo di aspettative hanno nei confronti della posizione (“di questo se ne occupa il Responsabile di Funzione che incontrerà se supererà il colloquio con me”) nè tantomeno retribuzione prevista e altre amenità.
– il “Responsabile di Funzione”. Fantastico! Il che mi ha fatto pensare di essere andato bene. L’ho anche già raccontato a tutti gli amici. “sono al terzo colloquio”. Evidentemente mi sbagliavo.

“Ma per questo lavoro”: Ma quale lavoro? Lo spiegate anche a me cosa vi aspettavate? Possiamo capirlo insieme se sono sovraqualificato? Cosa vuol dire: che costo troppo o che ho troppe competenze? (magari se aveste esposto la retribuzione nell’inserzione evitavamo di perdere tempo in due.. Ma comunque, parliamone!)

“Lei è troppo qualificato”: Quindi cosa state cercando per la vostra “azienda in forte crescita e con piani di sviluppo a breve termine”, un decerebrato che non sa fare il suo lavoro, che non ha la minima esperienza e che costi due lire? E tutte quelle storie sulle competenze acquisite, sul portafoglio clienti, sugli strumenti di analisi, sulla gestione dei prospect come possono essere gestite da uno “poco qualificato”?

Ma soprattutto – scusate il teatrino, ma credo che a molti di voi sia accaduto qualcosa di simile… – le nostre aziende credono davvero di poter “uscire dalla crisi” o “affrontare il nuovo mercato” che dir si voglia con giovani neolaureati spediti in trincea o con ex manager ridimensionati che accettano qualsiasi stipendio pur di rimmettersi nel mondo del lavoro? Un esercito di naturali infedeli che graviterà nelle aziende in attesa di qualcosa di meglio, portandosi via quei pochi contatti, quel poco know how e quant’altro verrà loro regalato nel breve transito da un’azienda che non ha saputo valorizzarli, ma solo sfruttare una situazione di disagio.

Tuttavia, non offendetevi. Il mondo non ce l’ha con voi. La spiegazione per cui esiste la “exit strategy dell’overqualified” dipende unicamente dalla nostra cultura imprenditoriale in cui, come da immagine sopra riportata, se i manager laureati sono una percentuale così bassa, immaginatevi gli imprenditori di uno Stato in cui le PMI a conduzione familiare sono il substrato più rilevante della nostra economia.

É evidente che una persona con una cultura superiore al proprio “capo”, diventi un pericolo per gli equlibri dell’azienda. Si creano momenti di discussione, la cultura del “signorsisignore” non attecchisce più perchè qualcuno inizierà a fare domande, a richiedere proiezioni, a voler capire il “perchè” si è sempre fatto così e non si provi a fare diversamente. Ma soprattutto, un laureato aspira a posizioni più alte, a far carriera. E questo, in un’azienda del terzo millennio è inconcepibile. Di conseguenza, le aziende non crescono, le competenze si appiattiscono, il nostro Paese diventa fanalino di coda di un’economia basata su una ricerca e sviluppo misera e su una condivisione di idee pari allo zero. Motivo per cui le famigerate “reti d’impresa” in Italia, Confindustria le sogna, ma nessuno le realizza.

La conseguenza di questo sistema alla fine si riassume in un piccolo disastro generazional-manageriale, i giovani neolaureati hanno tre opportunità:
a) agevolati da sostegni statali, entrano in azienda ma non hanno un punto di riferimento da cui imparare, perchè i senior in azienda non esistono più
b) quelli che non si arrendono, prendono un aereo e creano qualcosa di sorprendente all’estero. Qualche anno dopo, il Corriere della Sera farà un articolo su un giovane ricercatore italiano che ha scoperto la cura per una malattia terribile, (“è un italiano!”) quando in Italia nessuno, ha scommesso su di lui
c) nascondere la laurea e diventare uno di quegli antipatici operatori di call center che fanno cadere la linea dopo sei minuti senza risolvere il problema.

Intanto:
– le aziende si impoveriscono di know how e perdono competitività
– i professionals sono rigettati su un mercato del lavoro che per “regolamento interno” oltre i 45 non si è più appetibili, costringendoli così a diventare “imprenditori di sè stessi” in un Paese che non tutela la libera professione e la microimprenditoria. Risultato: 200.000 partite iva uninominali “passive” negli ultimi due anni.

Dal momento che nessun Governo negli ultimi trent’anni ha trovato una soluzione allo sblocco di questo sistema “virtuale”, apro il dibattito e attendo suggerimenti. A quota 100 li inviamo alla Fornero per l’ottimo lavoro svolto, e a Enrico Giovannini che confesso, ho scoperto ora su Google che fosse il nuovo Ministro del Lavoro.

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