La disuguaglianza corrode l’Europa

Sono passati sei anni dall’inizio di questa lunga crisi economica e il numero di cittadini inglesi costretti a ricorrere agli istituti di beneficenza per il pranzo è aumentato di venti volte, secondo quanto riportato in un recente rapporto di Trussell Trust, l’ONG britannica che coordina le mense e la “colletta alimentare” nel Paese.
L’Italia ha conosciuto e riconosciuto attraverso le statistiche e le parole dei media che i livelli di povertà sono saliti ai dati più alti dal 1997. Il numero degli Spagnoli che devono rivolgersi alle strutture di accoglienza della Caritas è passato da 370.000 a 1,3 milioni.
In Grecia sono tornate a manifestarsi malattie come la malaria e la peste.

Dieci o quindici anni fa la povertà sembrava solo un’astrazione, qualcosa di lontano, in grado di suscitare compassione e carità verso una minoranza disagiata della società. Oggi quelli che soffrono per una condizione di privazione sono tantissimi, un numero enorme. In Italia il 15% della popolazione nel 2012 e quasi il 30% è a rischio povertà, secondo i dati diffusi da Eurostat.

Dalla Grande Depressione fino ai primi anni Settanta, l’Occidente, in maniera generalizzata, ha visto condizioni sempre più precarie a causa di quelle che gli economisti chiamano politiche anticilciche, cioè quelle che tendono a contrastare l’andamento del ciclo economico e che prevedono, in fase di recessione, politiche espansive, tendenti ad alzare il reddito, mentre in fase di crescita, politiche restrittive, che tendono ad abbassare il reddito per contrastare spinte inflazionistiche.

La crisi attuale non ha fatto altro che esacerbare le disuguaglianze in Europa, rendere evidente un problema che prima si tendeva a nascondere, a ignorare.
I dati forniti da Eurostat, dalla Commissione Europea, dall’OCSE, insieme ai rapporti della Banca Mondiale parlano chiaro. Gli indici di disuguaglianza, aumentati durante gli anni Ottanta, negli anni Novanta erano generalmente diminuiti nei paesi avanzati, per tornare a crescere negli anni precedenti all’esplosione della crisi. L’Europa era più disuguale nel 2007 rispetto al 1970 e una volta iniziata la crisi, il divario tra ricchi e poveri ha continuato a crescere, prima leggermente, fino al 2010 , poi sempre più velocemente con l’aggravarsi della crisi del debito, che ha portato l’Europa ad attivare politiche di austerità severe.

Paesi latini, anglosassoni e area del Baltico sono quelli più disuguali.
L’enorme mole di dati provenienti da fonti diverse è travolgente, e talvolta contraddittoria. Ma alcuni numeri sottolineano questa tendenza innegabile verso una maggiore disparità. Il 20% dei cittadini europei più ricchi guadagna cinque volte di più del 20% dei cittadini più poveri. In Spagna, in particolare, i dati parlano di una disuguaglianza crescente ben sopra la media. E, come nei paesi anglosassoni, questa differenza è visibile in quell’1% più ricco della popolazione: se nel 1976 il presidente del terzo ente bancario spagnolo guadagnava otto volte di più rispetto alla media dei dipendenti, ora guadagna 44 volte di più.

Il ritmo è implacabile, anche se si è ancora lontani dai numeri degli Stati Uniti: l’Amministratore Delegato di General Motors ha portato a casa circa 66 volte la paga di un impiegato medio, mentre oggi il presidente di Walmart guadagna circa 900 volte lo stipendio dei suoi dipendenti. Nel complesso, il trend è preoccupante in Europa, ma le disuguaglianze restano più elevate negli Stati Uniti e nei Paesi emergenti, dove il reddito pro capite è aumentato e milioni di persone sono riuscite ad emergere dalla povertà, ma in cui i più ricchi sono molto più ricchi rispetto ai poveri, con una disparità decisamente maggiore rispetto agli standard europei.

In Europa le ragioni di questa disuguaglianza sono diverse. Nelle economie a bassa crescita economica e demografica, gli effetti redistributivi del sistema fiscale e del welfare sono stati minori. La crisi ha esacerbato questa tendenza con una riduzione dei benefici, e una maggiore difficoltà di accesso all’istruzione per le persone svantaggiate. Globalizzazione e crisi della finanza hanno acuito questa tendenza.

Come riporta El Paìs, citando una affermazione di Thomas Picketty, autore di Capital in the Twenty-First Century, “Il problema di base della Ue è che le istituzioni politiche non funzionano e le misure di austerità drastica, volte solo a ripristinare la credibilità fiscale, non hanno funzionato. L’Europa ha urgente bisogno di una maggiore unione politica, ma questa volta per tornare ad avere gli strumenti per la lotta contro la disuguaglianza“.

Secondo lo storico Tony Judt, la disuguaglianza è corrosiva e corrompe le società dall’interno. La Commissione europea ha iniziato ad attivarsi, intuendo che il problema è diventato sempre più importante, ma ha messo in azione i soliti meccanismi.
Negli Stati Uniti, invece, il presidente Obama ha definito la lotta contro la disuguaglianza come “una delle grandi sfide del nostro tempo“, intraprendendo una nuova battaglia al Congresso per l’aumento del salario minimo federale. E New York ha eletto un sindaco, Bill DeBlasio, che ha scelto la disuguaglianza come argomento principale della sua campagna elettorale.

Il pericolo maggiore, in una situazione tanto diffusa a livello globale, diventa quello legato alla politica. Secondo Costas Lapavitsas, professore della University of London, “La cosa più pericolosa è quando la disuguaglianza tocca la politica: la democrazia è a rischio quando ci sono persone con moltissimi soldi che possono avere un potere enorme“.

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