La Roma e il suo Progetto che non è mai morto

Il Progetto. Ogni amante dei colori giallo-rossi continua a sentire questa parola da 3 anni. Ma nessun tifoso della Roma ha mai ben capito dove volesse andare a parare questo benedetto Progetto. Oggi lo sa, e l’architetto è Rudi Garcia.

Anno 2011, la Roma arriva sesta in campionato dopo anni di buone prestazioni e si trova senza allenatore. Ranieri è stato esonerato alla giornata 26, e Montella è già nelle grazie di Pulvirenti. In più, i Sensi abdicano: la cordata americana guidata da Thomas DiBenedetto rileva la società. È rivoluzione, è la nascita del Progetto. Servono lavoratori tosti, operai infaticabili per dare vita al cantiere Roma, ma gli obiettivi sono confusi. Molti acquisti, molti flop. Basti pensare che da quel giorno l’unico nuovo acquisto ancora al libro paga della Roma è Miralem Pjanic. A guidare i lavori, alla fine è il capocantiere Luis Enrique, improbabile atleta di triathlon con una carriera da allenatore che spazia dalla serie C alla serie B spagnola, ma per gli americani è l’uomo giusto: tiki-taka barcelloniano, 4-3-3 tatuato addosso, intenditore di giovani promesse. Ma i risultati non danno ragione a nessuno: gli innesti non sbocciano, i giovani non convincono, e le figuracce in tutta Italia si moltiplicano. A fine stagione i punti conquistati sono 56 (segnate questo numero), che non bastano per entrare in Europa e la stagione è un fallimento.

Ma il Progetto non abortisce. Il sapore di novità arriva da un giovinastro di anni 65 che a Roma tutti acclamano da tempo. Zdenek Zeman torna alla guida della squadra della capitale, ma i risultati non sono quelli immaginati. Alla 23° giornata il boemo viene mandato via, e lascia la squadra con 34 (appuntate anche questo) punti. Fatto sta che la stagione finisce con la pagina più brutta nella storia della Roma (la sconfitta nel derby di Coppa Italia) e con un Andreazzoli traghettatore a cui nessuno darà fiducia per rimanere in panchina anche l’anno successivo. Il morale è bassissimo, la tensione si taglia a fette: l’estate parte male, venduti quasi tutti i big, e non si ha un allenatore. Si fanno i nomi di Allegri, di Blanc, ma per un motivo o per un altro sfumano tutti. Poi ha la meglio un francese, il primo nella storia della Serie A. Serviva qualcuno col carattere forte, dal nome rude. E fu così che l’arduo compito di riportare “la chiesa al centro del villaggio” fu affidato a Rudi Garcia, sconosciuto ai più, ma che conquista subito tutti. Tanto che i punti in 25 partite sono 58, due in più di Luis che ne fece 56 a fine campionato, e 20 in più di Zdenek alla 23°.

Il Progetto esiste ancora, ma ora i tifosi ci credono davvero e la rivoluzione sembra fattibile. I due anni passati sembrano essere da cancellare, ma Rudi Garcia avrebbe fatto bene lo stesso senza le ceneri dei suoi predecessori? Quanto c’è di Luis Enrique e di Zeman in questa Roma? Lo spagnolo ha lasciato il carattere, ha dato l’impronta irriverente che permette di non guardare in faccia nessuno, ha dato autorità. Le scelte di lasciare i big in panchina, l’ironia con i giornalisti, l’agonismo con le rivali, sono tratti che si notano anche nel francese che ha mantenuto viva la sua filosofia. La forma fisica sempre eccellente, la grinta e il pressing per 90 minuti, la voglia di vincere e non quella di non perdere, invece sono eredità classiche zemaniane, a cui si aggiunge la straordinaria condizione di Totti che più di tutti ha beneficiato della cura del boemo. Garcia ha saputo sfruttare il meglio di chi l’ha preceduto, forgiando una squadra che si basa sulle continuità caratteriali degli allenatori.

Una tattica vincente questa, che dimostra a tutti gli scettici solo una cosa: il Progetto è vivo, non è mai morto. Era tutto un trucco.

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