La schiuma dei giorni e le occasioni sprecate

Alla notizia dell’uscita del nuovo film di Michel Gondry sono stata travolta da quell’entusiasmo incontenibile che prende l’adolescente all’uscita del singolo del suo cantante preferito.
Non solo perché ho amato alla follia – nonostante l’orrendo titolo scelto per la versione italiana – Se mi lasci ti cancello (e sfido chiunque a negare di aver versato almeno una lacrimuccia), ma anche perché, dopo la svolta americana delle sue ultime creazioni, il trailer faceva intuire il ritorno del regista francese a un cinema visionario, romantico e onirico.
Un cinema bello bello.

Così mi sono preparata alla visione con tutte le accortezze del caso: mi sono recata una sala d’antan del centro città, con quel fascino tipico e le poltrone scomode che i multisala non hanno; ho scelto il primo spettacolo pomeridiano, confidando nella scarsa affluenza per una proiezione quasi privata; ho trascinato con me la più cara amica, per condividere i 125 minuti di pellicola; e ho riempito la borsetta di fazzoletti e Baci Perugina, ché possono sempre tornare utili.

Silenzio, buio in sala e si inizia.

Il film è la trasposizione cinematografica del romanzo La schiuma dei giorni di Boris Vian, un libro intenso, surreale, con una lingua piena di invenzioni e con personaggi assurdi, all’apparenza banali, che sorprendono per il gioco di inversioni delle regole sociali.

Colin (Romain Duris) è un bel giovane, con una rendita sufficiente a vivere decentemente senza bisogno di lavorare, e abita in una bella e stravagante casa, che domina la città di Parigi. Ha un amico, Chick (Gad Elmaleh), ingegnere spiantato, fanatico del filosofo Jean Sol-Partre, e il cuoco-avvocato-maggiordomo-tuttofare Nicolas (Omar Sy) che si occupa della gestione della casa e delle sue finanze.
Durante uno sfarzoso pranzo, Colin manifesta la sua pretesa di “innamorarsi” e gli amici decidono di portarlo a una festa durante la quale gli presentano Chloe (Audrey Tautou).
L’amore sboccia subito, i due si sposano, sono felici e partono per il viaggio di nozze.
E a questo punto, gli spettatori melensi e fanatici del vissero felici e contenti farebbero meglio ad alzarsi e uscire dalla sala.
Perché durante la luna di miele, Chloe si ammala all’improvviso. Una ninfea le cresce nei polmoni, togliendole il respiro e le forze.
La vita dei due cambia drasticamente e la situazione precipita. Colin è costretto ad accettare lavori sfiancanti e senza senso, per riuscire a pagare le spese mediche. L’allegria, la gioia, perfino i colori e la luce del sole si allontanano un po’ alla volta dalla loro vita. Gli amici ingrigiscono e le loro storie si sfaldano.
E poi…

La scelta di adattare per il cinema un romanzo definito da Raymond Queneau “il più straziante dei romanzi d’amore contemporanei” era una grossa sfida. Che Gondry non ha vinto o, almeno, non del tutto.

Il film è bello soprattutto da guardare. Le scene sono animate da oggetti meravigliosi: un pianococktail che mescola drink mentre viene suonato, il campanello della porta che si muove come un insetto, il cibo che si anima nei sontuosi piatti da portata, la musica che fa “arrotondare le stanze”.
Nulla è fatto al computer, le animazioni sono tutte artigianali (e per questo bellissime).
Anche Parigi, grazie agli artifici scenografici, è antica o modernissima, a seconda dell’umore dei protagonisti.
Questo tripudio di effetti, però, ti carica così tanto di aspettative che, quando dopo la prima mezz’ora ti rendi conto che la storia non ti sta coinvolgendo, vieni pervaso da delusione e sconforto.

I due protagonisti non acchiappano, non ti trascinano nel turbinio delle loro emozioni, non ti rendono empatico.
Anche nella seconda parte, più intensa e articolata, non sei mai completamente dentro la vicenda.
E se una storia d’amore non ti fa attorcigliare le budella è una terribile occasione sprecata.

Gondry, per rendere omaggio al capolavoro di Vian e alla sua creatività, coltiva troppo la forma e poco le sensazioni, regalandoci un bel film con poco cuore. E così, ci siamo alzate dalle poltrone con la bocca un po’ amara, nonostante i cioccolatini, e con i fazzoletti ancora intonsi.

Mood Indigo viene presentato come la più dolce e straordinaria di tutte le storie d’amore, ma un film romantico può considerarsi riuscito se non ti fa piangere almeno un po’?

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