Alle origini lo chiamavamo autoscatto ma da quando è diventata una social mania diffusa a macchia d’olio sul web per tutti noi ormai è il selfie. Il direttore editoriale di Oxford Dictionaries, Judy Pearshall, nell’annunciare che selfie è la parola dell’anno del 2003, dichiara che su circa 150 milioni di parole dell’inglese corrente, l’uso della parola selfie è cresciuto in modo così esponenziale che è diventata parte integrante della cultura anglosassone.

Ppertanto, gli autori dell’Oxford Dictionary non è restato che riconoscerne a tutti gli effetti la dignità di sostantivo, così come in passato è stato fatto con i termini podcast e credit crunch, sbaragliando (per fortuna, ci vien da esclamare!) il temibile concorrente twerk. La definizione ufficiale è: “Autoscatto fatto usando uno smartphone o una webcam e poi pubblicato sul web”

La storia degli autoscatti, moderna evoluzione degli autoritratti pittorici, è una storia che in realtà risale ai primi del ‘900, da quando si sono diffuse le prime macchine fotografiche, e si eseguivano di solito guardandosi allo specchio. Il termine selfie è stato coniato intorno al 2002 in un forum australiano ed è divenuto in poco tempo davvero di uso universale, soprattutto grazie alla diffusione degli smartphone e dei social network: infatti, grazie ai telefoni di ultima generazione, dotati di obiettivo fotografico e magari anche di obiettivo secondario, tenuti a braccio testo, basta ormai un click per condividere l’immagine con la propria rete virtuale di contatti.

selfie papa

Le potenzialità in termini di marketing del selfie sono state fiutate dalle celebrities che pubblicano ormai frequentemente i propri “autoritratti” sulle loro pagine social e sembra che questo li avvicini parecchio ai loro fan e ne aumenti dunque la popolarità. Sono ormai famose le duck face o le kissy face che ormai inflazionano i profili Instagram, Twitter e Facebook delle star più note. Sulla scia dei propri beniamini e al di là delle implicazioni sanitarie che sembrano già preoccupare gli americani (la troppa vicinanza tra le persone nei selfie di gruppo pare sia possibile veicolo di diffusione di pidocchi tra gli adolescenti), non sembra esserci ormai nessuno che abbia resistito alla tentazione di postare in rete uno di questi autoscatti che raffigurano se stessi (o parti di se) da soli, con il fidanzato, con gli amici del cuore, col il proprio cucciolo domestico o con il vip di turno.

figlie obama

Forse il successo del termine deriva proprio dal fatto di non essere (sempre) un fenomeno trash ma anzi di essere divenuto fenomeno culturale, di massa sì ma non per questo di dignità inferiore. Ne ha dato prova nel 2013 Patrick Specchio rendendo questo fenomeno sociale un tema degno di una mostra d’arte con la sua mostra Art in Translation: Selfie, The 20/20 Experience esposta al Museum of Modern Art (MoMA) di New York. L’artista è, infatti, convinto che il selfie sia utile ad esplorare quel nuovo concetto di io e di individualità contemporanei, che trasforma chiunque lo utilizzi in creatore attivo di vere e proprie opere d’arte. Espressione, luogo e sfondo, punto luce e inquadratura sono, infatti, elementi su quali al momento dello scatto ognuno di noi focalizza l’attenzione in un modo che non può più definirsi casuale poiché lo scopo del selfie non è più fermare un istante che si vuole ricordare ma realizzare un autoscatto perfetto.

gatto

Non solo un altare della vanità, insomma, ma un nuovo sostantivo per definire una nuova forma di dialogo che aiuta le nuove generazioni (e non solo) ad aprirsi al mondo esterno ed a comunicare in modo semplice e diretto.