Lavoratori atipici in Europa, redditi bassi e nessuna sicurezza sociale

Ancora una fotografia desolante per la situazione occupazionale in Italia e in Europa. Stavolta si tratta dei lavoratori atipici, i cosiddetti precari. Il quadro emerge chiaramente dalla due giorni di convegno a Roma, organizzato dall’Inca, il patronato della Cgil, che ha promosso con altri partner sindacali europei (Ces per l’Europa, Tuc per il Regno Unito, Fgtb per il Belgio, Dgb per la Germania, Ccoo per la Spagna) il progetto Accessor, acronimo di Atypical Contracts and Crossborder European Social Security Obligations and Rigths.

Redditi bassi e scarsa copertura da parte dei sistemi di sicurezza sociale nei periodi in cui restano disoccupati. Infine, se decidono di spostarsi a cercare fortuna in altri Paesi dell’Ue, perdono una parte dei loro diritti. In pratica, i contratti atipici nati con lo scopo di assicurare maggiore mobilità e flessibilità occupazionale, per “far lavorare tutti”, come si diceva al momento della loro introduzione, hanno finito solo per discriminare ancora di più questi lavoratori.
Gli ‘atipici’, poi, per cercare lavoro sono disponibili anche a trasferimenti in tutta Europa e per questo si trovano a dover interagire con diversi sistemi nazionali di sicurezza sociale, ognuno con proprie regole, anche queste flessibili e ‘atipiche’.

Durante il convegno ‘Il posto del lavoro atipico nel coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale in Europa’, è stato sottolineato che “Da un lato, le lavoratrici e i lavoratori con contratti atipici sono più degli altri spinti a migrare alla ricerca di migliori condizioni economiche e sociali in altri paesi; dall’altro, è proprio tra gli immigrati (comunitari e cittadini di paesi terzi) che le condizioni di lavoro atipico si presentano più frequentemente come unica opportunità di occupazione“. È proprio questa condizione a porre “spesso fuori, o comunque ai limiti, degli schemi attorno a cui era stato costruito e strutturato il sistema europeo del coordinamento“. I contratti di lavoro atipico hanno finito per creare un paradosso enorme: avendo rinunciato, in nome del coordinamento, a qualsiasi forma di armonizzazione sociale dei sistemi nazionali di welfare, gli stessi principi del coordinamento oggi sono, di fatto, inapplicabili a una schiera crescente di lavoratori atipici e precari, di cui, tra l’altro, non si conoscono esattamente dimensioni, caratteristiche e bisogni. “E anche la terza generazione di regolamenti sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale entrata in vigore nel 2010 (in nome della semplificazione e della modernizzazione) non ha scalfito da questo punto di vista il problema, nonostante un periodo d’incubazione durato più di sette anni“.

L’analisi Accessor ha sintetizzato i problemi che a diversi livelli si riscontrano i tutti gli otto rapporti nazionali. Ma certamente primo tra tutti si colloca la mancanza di copertura assicurativa: “È il problema soprattutto dei contratti tipo mini-job, ossia senza obbligo contributivo o con coperture assicurative soltanto per alcune branche della sicurezza sociale. Questi contratti rendono ovviamente impossibile la totalizzazione dei periodi lavorativi in caso di esercizio della libera circolazione“.
Vi è poi l’impossibilità di esportare prestazioni di disoccupazione, oltre alla mancanza dei requisiti assicurativi minimi.

Secondo Sonia McKay del Working lives research institute della London Metropolitan University, i rischi stanno aumentando per tutte le categorie di lavoratori, dal momento che stanno nascendo diversi tipi di contratti atipici che portano come conseguenza un abbassamento dei diritti dei lavoratori. La situazione ancora una volta va a penalizzare le categorie più vulnerabili: donne, giovani, lavoratori ‘anziani’ espulsi dal mercato e soprattutto i migranti. Ed è chiaro come in questo caso non si tratti solo di cittadini extra-comunitari, ma anche di quei migranti europei che lasciano il proprio Paese e si vedono costretti a dover rinunciare anche ai diritti acquisiti.

I Paesi europei hanno precarizzato i posti di lavoro, aumentando il tasso di povertà, con una media del 24% della popolazione a rischio di povertà e esclusione. E Battistotti, capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, ha sottolineato che proprio per questo è necessario “creare un’agenda di nuove competenze, organizzare una piattaforma europea contro la povertà e la disoccupazione facendo anche un miglior uso dei fondi europei e facendo funzionare i centri per l’impiego“.

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