Lega torna cheta e Maroni apre ad alleanza con PDL

    La bufera che ha travolto i vertici della Lega Nord e che ne ha decimato il bottino elettorale ha avuto un suo primo effetto: il Carroccio ha abbandonato i toni urlati di qualche mese fa, quando minacciava gli ex alleati del PDL di non stringere più alcuna intesa per una coalizione alle elezioni politiche. Quello che ormai potremmo definire il leader “in pectore” del partito, l’ex ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha aperto, invece, alla possibilità che i leghisti possano tornare ad allearsi con il PDL. Ovviamente, a certe condizioni. Ma di più non avrebbe potuto fare obiettivamente il triumviro. Lo ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera, dove Maroni ha anche profilato la possibilità di uno scenario molto diverso da quello attuale.

    Per prima cosa, Bobo ha avvertito che se il PDL dovesse sostenere il governo Monti fino alla fine della legislatura, allora sarebbe molto difficile costruire un’alleanza, ma se dovesse staccare la spina prima, se ne potrebbe discutere.

    Con Alfano, ha aggiunto, ha un buon rapporto, lasciando prevedere che un’alleanza tra i due sarebbe probabile. Vi ricordate le invettive anti-PDL dello stesso Maroni e dell’ex segretario Umberto Bossi? Sembrava tutto un altro film, con l’ex capo del Viminale a fare la voce grossa contro i sostenitori di Monti, attaccando Berlusconi e i suoi. Oggi, il clima è profondamente diverso, perché la Lega ha attraversato non solo un’inchiesta giudiziaria che ha spazzato via i suoi dirigenti, ma allo stesso tempo, con l’eccezione di Verona del sindaco Flavio Tosi, il Carroccio ha perso ovunque e i suoi voti sono crollati in tutto il Nord. Ai ballottaggi di una settimana fa, sette candidati sindaci su sette del partito sono stati sconfitti, anche in città importanti, come Monza.

    La Lega deve ripensare sé stessa e sembra quasi fuori tempo massimo la proposta di Maroni di fare del suo partito una sorta di Csu bavarese. In sostanza, seguendo il modello tedesco, la Lega, afferma l’ex ministro, potrebbe essere partito di riferimento in tutto il Nord o anche in alcune sue regioni, delegando la rappresentanza nazionale a un alleato (il PDL).

    Per fare questo, tuttavia, bisognerebbe conquistare una sorta di egemonia elettorale in ampie zone del Nord Italia, cosa che sembra davvero lungi dall’essere realizzata, quando i sondaggi danno il Carroccio sotto il 5% su base nazionale, in profonda crisi anche di credibilità.

    Il modello era stato proposto sotto voce dal PDL proprio durante la fase d’oro della Lega, all’inizio della legislatura, quando il partito di Bossi sembrava destinato a un futuro radioso. Sappiamo come sta andando e sappiamo anche che in questi quattro anni il Carroccio ha tirato la corda al massimo, finendo per spezzarla.

    Al congresso federale, Maroni proporrà di non presentare la Lega Nord alle elezioni politiche del 2013, in modo da consentire al partito di meglio radicarsi sul territorio, evitando di incorrere nell’errore storico di essersi eccessivamente concentrati sulla politica romana.

    Sarà così? Veramente la Lega rinuncerà a presentarsi alle elezioni politiche tra un anno? Ci sono in ballo centinaia di poltrone di deputati e senatori, che fanno gola anche al partito più candido e idealista di questo mondo. Ma potrebbe essere il tentativo di rilancio credibile del movimento sul territorio, lasciando che siano poi i vertici ad interloquire con Roma.

    In ogni caso, pare che si vada verso un disgelo programmato con gli ex alleati. Di certo c’è che la Lega non avrà verso un PDL pur in piena crisi quel potere contrattuale che avrebbe potuto vantare fino a sei mesi fa. E qui le inchieste c’entrano fino a un certo punto. Le carte del sistema politico si sono rimescolate così rapidamente che ormai quel che resta del vecchio centro-destra ragiona spesso come se la Lega nemmeno esistesse.

    Sarebbe un errore sottovalutare che la questione settentrionale è ancora tutta lì, irrisolta e semmai aggravata da una crisi che sta mettendo in ginocchio migliaia di piccoli imprenditori e di famiglie, con l’acuirsi anche della questione fiscale, come ha bene dimostrato la contestazione a Bergamo all’indirizzo del premier Mario Monti.

    Tuttavia, il Carroccio non sembra più in grado di impensierire molto gli altri partiti nel suo ruolo di rappresentanza del malessere profondo del Nord. Al suo posto c’è in buona parte Beppe Grillo, che risulta più credibile agli occhi di molti elettori, se non per il fatto di essere un volto nuovo della politica.

    Lega morta? Prematuro dirlo. Sicuramente non è in buona salute e il venire meno di Bossi dalla leadership del partito nei fatti trasformerà il Carroccio in una cosa diversa da come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Ed è difficile pensare a un ritorno del Senatùr sulle scene, perché non rileva solo l’importanza dello scandalo che lo ha travolto, quanto soprattutto l’idea che i soldi degli iscritti siano andati a finire presumibilmente in Albania per comprare la laurea al figlio e in ambienti poco rassicuranti in Calabria.

    La corda si è spezzata e i leghisti non impressionano più. Saranno costretti a trattare cheti il loro ritorno alla coalizione con il PDL, ma non potranno avanzare più molte pretese. In fondo, se c’è Monti al governo è anche colpa loro.

     

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