Legge contro l’omofobia: tra insulti e riconoscimento

La Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge proposto dall’onorevole Leone (Pdl, dimessosi prima dell’approvazione della stessa legge) e Scalfarotto (PD), che prevede l’estensione delle aggravanti della legge Mancino, in vigore dal 1993, ai reati commessi in nome dell’omofobia e transfobia. Con l’emendamento dell’onorevole Gitti si escludono “le organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto”.

In pratica, se un cittadino insulta, minaccia o picchia una persona omosessuale viene punito dalla già citata legge; se il cittadino non parla più a titolo personale ma come rappresentante di un partito politico o di un sindacato, allora rientrano nel “rispetto della libertà di opinione”.

L’Arcigay ha definito il provvedimento “irricevibile” così come tutte le associazioni che si occupano della difesa dei diritti delle persone lgbtqi e sul web, dalla pagina personale su facebook di Scalfarotto al suo account twitter è un fioccare di insulti al deputato. Viene accusato di essere un “Giuda traditore”, di “essersi venduto per lo stipendio”, “passare sopra le teste delle persone per la poltrona” e così via. Dal canto suo Scalfarotto si difende dicendo che “oggi, per la prima volta, esistono davanti alla legge. Ieri non era così. A chi dice che era meglio niente che questa legge, io dico che oggi, per la prima volta, la legge è dalle nostra parte e non dalla parte chi ci discrimina o ci odia. E che a furia di dire meglio niente che questo, l’Italia è l’unico paese occidentale dove le persone LGBT si sono trovate a non avere in mano niente.” Come riportato in un’intervista sul sito Gay.it.

Sempre ieri, giornata particolarmente intensa sul fronte dei diritti, il Papa, come riportato anche da Bloglive, ha detto che “Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo. Nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia.”

Il vero grande tema della discussione, forse, è proprio questo. Rimettere al centro dell’attenzione comune le persone. Nella loro interezza e nella loro complessità, nelle loro molteplici sfaccettature e i loro diritti per garantirne la dignità.

È vero, la legge ora passa al Senato e può essere modificata, ma probabilmente il punto cruciale non è nemmeno tanto questo. Come mostrato e spiegato molto bene negli studi e nelle ricerche di un filosofo tedesco, Axel Honneth, il grande problema di tutti gli esseri umani e il motivo di conflitti sociali e guerre per i beni primari è il riconoscimento, il bisogno cioè di essere riconosciuti diversi, unici, ma uguali agli altri in termini di diritti e doveri. Egli declina in bisogno di riconoscimento in tre ambiti: lavoro, amore e diritto. Quando questo riconoscimento manca, si va incontro ad una costruzione deficitaria dell’identità. Il non riconoscimento di cui parla Kafka in un testo bellissimo, “Lettera al padre”, in cui racconta la sua lotta disperata per conformarsi alle aspettative del padre e ricevere il suo amore.

Quello che sfugge, e su cui ci si dovrebbe soffermare a riflettere più spesso, è il potere delle parole. Le parole sono atti, azioni. Come si fa a continuare a confondere la libertà di opinione con atti intimidatori che incitano all’odio? Come si può continuare a far finta di non capire che alcuni appellativi non sono opinioni ma insulti che minano gravemente l’autostima soprattutto dei più giovani e stigmatizza quello che non è una colpa o un reato, ma un orientamento che non intacca la libertà di nessuno?

La legge Mancino non restringe la libertà di espressione e non punisce i reati di opinione, ma tutela il diritto delle persone ad essere quello che sono. Quella che viene limitata è la possibilità di incitamento all’odio e alla violenza. E la cosa che non si capisce è perché si debbano creare delle “zone franche” in cui invece avere la possibilità di insultare liberamente.

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