Letta tra il caso Cancellieri e i mal di pancia del Pd

Resta al suo posto, dunque, Anna Maria Cancellieri. La Guardasigilli, finita nell’occhio del ciclone dopo essere stata smentita dai tabulati telefonici in merito ai contatti intercorsi tra lei e la famiglia Ligresti, ha superato l’esame della Camera. Respinta tra le polemiche la mozione di sfiducia presentata dal Movimento Cinque Stelle. Il governo respira. Traballa, ma non affonda. Pur con qualche sofferenza, almeno per il momento, regge l’urto.

Non è stata la prima tempesta che l’esecutivo ha affrontato uscendone indenne, e presumibilmente non sarà neanche l’ultima. A inizio ottobre Berlusconi annunciava che era necessario staccare la spina e tornare alle urne, salvo poi fare dietrofront per scongiurare la frattura con Alfano. Frattura che, alla fine, c’è stata, e che rende Letta al tempo stesso più forte e più debole. Più forte perché sostenuto da una maggioranza priva dello spauracchio rappresentato dal Cavaliere. Più debole perché questa stessa maggioranza è piuttosto limitata nei numeri, e di fronte a certe questioni potrebbe tornare a mettere a nudo tutta la sua fragilità. Ora il polverone sollevato attorno al ministro della Giustizia, accusato di essere intervenuto in prima persona per ottenere la scarcerazione della nipote di un amico di famiglia. Una grana per nulla salutare in una situazione politica delicata come la nostra, caratterizzata dal debole equilibrio delle larghe intese. Una grana che ha scatenato un aspro dibattito anche all’interno del Pd.

I candidati alla segreteria Cuperlo, Renzi e Civati si erano espressi senza giri di parole contro la Guardasigilli. Gli ultimi due in particolare, sostenevano che la vicenda avesse minato alle fondamenta la credibilità della Cancellieri e che, indipendentemente dagli sviluppi giudiziari che sarebbero seguiti, bisognava dare un segnale forte. Inammissibile che ci fossero detenuti di serie A e di serie B, indagato o no il ministro aveva comunque violato alcuni dei requisiti essenziali richiesti dal suo ruolo istituzionale. Non erano i soli, tra i democratici, a pensarla così. Ma all’assemblea arriva Letta, di ritorno dalla disastrata Sardegna. Anche lui sceglie di parlare chiaro e conciso, senza fronzoli o formulette di rito. Per l’opposizione il caso Ligresti è solo un pretesto utile a mettere in discussione la stabilità del governo. Alla camera il Pd dovrà fare quadrato attorno alla Guardasigilli, altrimenti la vita dell’esecutivo sarà in pericolo. E l’esecutivo, dice il premier, è l’unico punto fermo del sistema politico italiano. Qualche brontolio sommesso, alcune smorfie poco convinte. Alla fine però anche gli irriducibili chinano la testa e obbediscono. I democratici votano compatti. La Cancellieri, per ora, è salva, e con lei anche il governo.

Eppure, non tutto è oro quello che luccica. Il diktat di Letta ai suoi ha lasciato strascichi tutt’altro che irrilevanti. Non tali da scatenare una guerra interna, forse, ma un malessere diffuso, quello sì. Se Cuperlo sembra aver accettato abbastanza di buon grado l’appello alla responsabilità lanciato dal Presidente del Consiglio, altri non sono stati così remissivi. In molti pensano ancora che la Guardasigilli abbia sbagliato e che dovrebbe dimettersi. Questa è la sensazione che trapela all’esterno, la stessa enfatizzata da Brunetta nel suo intervento alla Camera: “Il voto dei democratici è fasullo e insincero, una finzione ridicola” ha attaccato il capogruppo di Forza Italia. Al di là delle parole forti usate dall’ex ministro, sul fatto che il voto di gran parte dei deputati del Pd sia stato forzato e dettato esclusivamente, o quantomeno prevalentemente, dalla “ragion di governo”, non sembrano esserci dubbi.

Rimane da vedere se le acque si calmeranno e l’enorme bolla generata da questa vicenda si sgonfierà, oppure se ci saranno ulteriori sviluppi. Nella seconda eventualità, se dovesse emergere che la Cancellieri abbia realmente esercitato pressioni e mosso le leve del potere per favorire la liberazione di Giulia Ligresti, l’esecutivo si troverebbe a dover fronteggiare una nuova prova del fuoco. Con la differenza sostanziale che, in questo caso, il veto di Letta potrebbe non bastare.

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