L’euro ha tre mesi di vita, parola di George Soros

    Se la Germania non cambierà rotta e si ostinerà a pensare che il problema dell’Eurozona sia solo fiscale, allora l’euro ha solo tre mesi di vita. A dirlo è niente di meno che uno dei finanzieri più ricchi e sfrontati al mondo, l’ungherese George Soros, che nel 1992 si arricchì senza eguali, all’epoca della svalutazione della lira. Non finì mai di ringraziare la Banca d’Italia per il suo sostegno (inutile) alla lira, che gli fruttò qualcosa come 60 mila miliardi di lire di guadagni, grazie al gioco del cambio con il dollaro. Ma negli ultimi tempi, Soros si è fatto sentire più per le sue critiche alla politica inconcludente dell’Eurozona. Adesso, lo dice chiaro e tondo: o si cambia subito o è chiaro che non si potrà andare avanti così. La crisi non è legata ai debiti sovrani, ma al sistema bancario. Il fallimento della Grecia sarebbe solo il primo passo di una disintegrazione più ampia, che comporterebbe la fine dell’euro e il ritorno al marco della stessa Germania.

    Ma Soros avvertei tedeschi: se si torna al marco, sono guai anche per voi, perché non potrete più godere del mercato unico e della moneta svalutata, in rapporto al marco, di cui la vostra economia ha potuto godere per anni, incoraggiando le esportazioni.

    Il finanziere ritiene che l’euro abbia avuto una prima fase positiva, che ha coinciso con gli anni in cui la Germania ha cercato di recuperare economicamente la parte Est del suo stato, dopo la riunificazione. Finita questa fase, afferma, i tedeschi si sono dimostrati per nulla volenterosi di sobbarcarsi il debito altrui. Per questo, essi rifiutano l’unico mezzo che attualmente sarebbe in grado di frenare la sfiducia e riportare i mercati finanziari verso una rotta diversa da quella attuale, ossia gli Eurobond, che sono un sistema di accentramento dei debiti sovrani dei singoli stati. Sa benissimo Soros che si tratta di una proposta non nuova e semplice, ma di alternative migliori l’uomo non ne vede. Il problema è per Soros anche nell’avanzata dell’euroscetticismo, che si starebbe imponendo in diversi stati, proprio in conseguenza della crisi senza soluzione.

    Preoccupa, invece, il clima di profonda incertezza e sfiducia che arriva anche da personalità solitamente più prossime a instillare fiducia negli altri. E’ il caso ieri di Alessandro Profumo, presidente di MpS, il quale ha affermato che c’è davvero il rischio che l’euro finisca e che moltissimo è nelle mani della Grecia. Per fortuna, ha aggiunto Profumo, che ad Atene ci sono elezioni e saranno loro a scegliere cosa fare. In ogni caso, l’euro potrebbe farci precipitare in un burrone.

    Al coro dei preoccupati si aggiunge anche la voce del governatore della BCE, Mario Draghi, che parla di Eurozona al bivio come nel 1992, all’epoca in cui il no della Danimarca al Trattato di Maastricht per entrare nell’Area Euro aveva comportato la fuoriuscita di lira e sterlina dal serpente monetario, con successiva impennata dei tassi, che restarono alti per anni.

    Secondo Draghi, l’Eurozona dovrebbe subito avere e comunicare una sua visione dell’euro per i prossimi dieci anni, altrimenti si rischia di ricreare certe condizioni negative di 20 anni fa e per lungo tempo.

    Non meno eloquenti sono state le parole del premier Mario Monti, che nei giorni scorsi ha parlato di preoccupazione per uno spread che è tornato a 460 punti, chiarendo che si tratterebbe di un effetto contagio, ma basato sulla debolezza del sistema complessivo e non dei singoli stati. In più, il premier ha anche espresso preoccupazione per la mancanza di un piano visibile sulla crescita. Nonostante le misure di austerità abbiano comportato grossi sacrifici a livello politico e sociale, non si vedono ancora gli effetti sperati, ammette scorato Monti.

    Dunque, cosa fare? In queste ore e nei prossimi giorni, il pressing su Berlino sarà fortissimo. Oltre a Francia, Italia e Spagna, preoccupatissime per le rispettive sorti, anche gli USA di Barack Obama tenteranno di fare sentire maggiormente la loro pressione sui tedeschi per una soluzione radicale alla crisi. In particolare, la Casa Bianca è molto preoccupata per l’aumento della disoccupazione nel mese di maggio, che potrebbe portare a una sconfitta di Obama alle elezioni di novembre.

    Il presidente americano chiarisce ed è convinto che il ritorno a una disoccupazione in crescita sarebbe legata alla crisi dell’Europa e per questo chiede che Bruxelles e i singoli stati facciano qualcosa.

    Ma non sarà per nulla facile cercare di convincere i tedeschi ad ammorbidire le loro posizioni sull’austerity e meno che mai accetteranno di fare emettere Eurobond a livello centrale. Scordiamoci, infine, che la BCE possa trasformarsi in un prestatore di ultima istanza. Crollerebbe tutta l’impalcatura su cui regge l’euro e Berlino non lo accetterebbe mai e poi mai.

    Lo si è visto anche venerdì, quando non si è riusciti a superare il “nein” della Merkel sull’Esm, ossia sul Fondo permanente per i salvataggi. Di aumentarne la dotazione non ne vuole sentire parlare la Germania, che chiede risanamento e subito. Se Soros avesse ragione, entro l’estate o crolla l’euro o faremmo la fine della storia dei 10 piccoli indiani. A giro, rischiamo di uscire un pò tutti dall’Eurozona.

     

     

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