Luis Nazario contro Cristiano: l’importanza di chiamarsi Ronaldo

Più di dieci anni fa il suo nome incuteva terrore in ogni stadio, andava sempre sul tabellino finale ed era praticamente il giocatore più forte al mondo. Il pianeta l’aveva ribattezzato “Fenomeno” perchè sembrava di un altro pianeta con le sue finte ed i suoi gol. Dal 1993, anno del suo esordio tra i professionisti, quel nome non è mai stato dimenticato. Non tanto perché Luis Nazario Da Lima Ronaldo non ha mai abbandonato il mondo del calcio anche dopo il ritiro ma perché da almeno una decina d’anni di Ronaldo ce né un altro ed anche lui è tra i più forti giocatori al mondo. Il loro nome e la loro qualità da subito li hanno obbligati ad avere un destino comune, sia in campo che fuori. Qualche intreccio la loro carriera ce l’ha avuto, del resto quando parli di campioni assoluti tappe come il Pallone d’Oro o Real Madrid sembrano quasi scontate.

Con il recente trofeo vinto dal portoghese la conta dei Palloni d’Oro è alla pari: nel 1997 e nel 2002 il Fenomeno e nel 2008 e 2013 Cristiano. Anche con la camiseta blanca ci sono numeri da fantascienza, 104 gol su 177 presenze il primo, 231 su 224 il secondo. Nonostante l’attuale numero sette blancos sta polverizzando ogni tipo di record però ricorre quotidianamente l’accostamento con “Ronaldo quello vero” come spesso si dice in giro. Il paragone sembra d’obbligo, l’accostamento li porta ad esporre tutte le loro vittorie e record, sia personali che di squadra. Ed è per questo che la vecchia guardia del calcio sembra optare per il verdeoro, secondo marcatore di sempre con il Brasile e attuale capocannoniere della storia dei Mondiali. Malgrado la carriera del Fenomeno abbia avuto un brusco declino dopo i numerosi interventi al ginocchio Luis Ronaldo ha sempre timbrato il cartellino quando doveva, ha trascinato i suoi nei momenti di difficoltà ed i ogni grande trofeo conquistato c’è sempre stata la sua firma.

Ne sanno qualcosa Barcellona, Inter, Real Madrid e Nazionale brasiliana. Anche se Cristiano ha dei numeri fuori dal comune questo dualismo sembra eterno proprio per queste giocate da trascinatore che l’altro aveva in alcuni momenti chiave della stagione. Per ovviare a questa “mancanza” allora il portoghese ha deciso di segnare a raffica in Champions, di oscurare Messi nella Liga ma soprattutto di trascinare la sua nazione ai Mondiali con quattro perle nella sfida playoff decisiva contro la Svezia. Un modo per dire, “anche io so esaltarmi nei momenti duri”. Proprio perché l’unico tallone d’Achille di Cristiano (ed in parte anche del suo rivale Messi) appare quella competizione che tanto caratterizza la carriera di un campione: il Mondiale.

Un problema generazionale per alcuni, un’assoluta falsità per altri. Questione di mentalità? Di carattere? Questo ora non si sa (oppure è fin troppo chiaro) ma l’unico vantaggio di Cristiano Ronaldo è quello di poter ancora zittire tutti proprio nel tempio sacro del Fenomeno nei prossimi Mondiali brasiliani. Un dualismo che dà tante motivazioni al giocatore del Real Madrid, visto che su altri campi la bilancia sembra pendere impietosamente dalla parte del classe ’76. Il Fenomeno infatti ha un appeal mediatico che dura da anni, la sua carriera e quel brutto infortunio all’Inter hanno portato tanti consensi anche fuori dal calcio. Quel sorriso da bambino e quella correttezza in campo hanno sempre dato l’immagine del bravo ragazzo. Poi, d’improvviso il ritorno a Milano, sponda rossonera, e tutte le vicende di gossip che l’hanno visto protagonista al suo rientro in Sud America ed ecco che al bravo ragazzo spuntano le corna da diavoletto.

Tutto però dimenticato perché per Ronnie c’è sempre posto, non importano i fallimenti matrimoniali ed un peso forma che tutto fa pensare tranne che ad un ex atleta, Luis Nazario da Lima resta un mito e all’Inter, anche se non vogliono ammetterlo, nemmeno il tradimento con il Milan l’ha portato nel dimenticatoio. Lui, con quelle finte, ha portato tanta di quella gioia che nessuno potrà mai cancellarla. Cristiano Ronaldo vive la generazione attuale, quella dei riflettori, quella del giocatore/attore quella del pizzico di arroganza e della social mania. Per questo, con le sue gesta sa solo dividere, le sue esultanze lo rendono antipatico, i suoi flirt aumentano l’invidia, il suo strapotere fisico lo rende un alieno. Il calcio però ha sempre un lieto fine. E così a Parigi vedere piangere un ragazzo di 28 anni, insieme al suo figlioletto, fa dimenticare tutto e ci rende più umani dimenticando, a volte, ogni tipo di “Fenomeno”.

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