Made in carcere, il brand di moda che crea impresa oltre le sbarre

È possibile una seconda vita? La risposta è quanto mai semplice: sì, solo se viene data una seconda opportunità. Ma non sempre questo avviene. Soprattutto quando si parla di carcere, in special modo in un’ottica di genere.

Sono 2.847 le donne detenute in Italia e solo il 5% riesce a inserirsi, una volta scontata la propria pena, nel mondo del lavoro (dati giustizia.it). Un disagio forte quello delle donne all’interno dell’istituzione carceraria che sembra essere declinata solo al maschile. E se il carcere è uno dei parametri per giudicare la civiltà di un Paese, l’aspetto della riabilitazione e del reinserimento nella società dovrebbe essere la priorità.

Ci crede più che mai in questo principio – sancito dall’articolo 27 della Costituzione italiana – Luciana Delle Donne che nel 2007 ha creato il brand Made in carcere. Un marchio che produce manufatti diversamente utili, come li ha definiti la stessa fondatrice. Sono borse, accessori, porta-tablet, ma anche foulard tutti realizzati dalle donne detenute nella Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce e della Casa Circondariale di Trani.

Prima un percorso formativo per scoprire attitudini nascoste e per imparare un lavoro, poi la soddisfazione di vedere realizzati i propri prodotti. Creatività e ingegno sono le parole d’ordine perché i manufatti vengono creati con tessuti avanzati, materiali di recupero o riciclo messi a disposizione da aziende di moda italiane. Una seconda opportunità per le detenute ed una seconda vita per i tessuti, con un chiaro messaggio di speranza e rispetto per l’ambiente. Queste donne hanno un regolare contratto, possono così imparare un lavoro mantenersi o mandare i soldi a casa.

Il brand made in carcere non ha nessuna intenzione di rimanere ghettizzato dietro un nome apparentemente autoironico: via i pregiudizi, quello che conta è conquistarsi un posto nel mondo della moda.
La strada è in salita, ma i primi risultati stanno già arrivando: oltre al temporary store di Ostuni- che riaprirà a Pasqua- il marchio è già diffuso in alcuni punti vendita della catena Eataly in Italia, negli Stati Uniti, in Canada e a Londra. E non poteva mancare anche la capitale della moda, Parigi. Ma non è tutto: i prodotti made in carcere si possono acquistare anche online e trovano spazio anche nel mondo degli eventi e dei congressi con oggetti brandizzati ad hoc.

Luciana Delle Donne oltre ad essere la fondatrice della cooperativa Officina Creativa è la responsabile di Sigillo, la prima agenzia nazionale di coordinamento dell’imprenditorialità delle donne detenute. Una vera e propria rete tra le cooperative italiane nata nel maggio scorso che gestisce quattordici laboratori sartoriali presenti in altrettanti istituti carcerari. Nulla è lasciato al caso, e dietro l’azione Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) ci sono strategie di comunicazione e di marketing per cercare un posizionamento nel mercato della moda.

Esperienze come quella di Made in Carcere rendono evidente l’importanza dell’interscambio tra il mondo esterno e gli istituti penitenziari. Sono gli enti, le aziende, la società civile a dover dare la famosa seconda opportunità, mettendo a disposizione gli strumenti lavorativi giusti. L’occupazione paga non solo in termini sociali – secondo il DAP è limitato del 10% il rischio di recidiva attraverso questi percorsi- ma anche in termini produttivi. Basta ricordare il caso dei panettoni prodotti nel carcere di Padova e considerati tra i migliori in commercio.

Dietro quelle sbarre ci sono persone con tante storie diverse che vanno raccontate. Ci sono donne che attraverso il lavoro delle proprie mani provano a ricucire le fila della propria vita.

[Credit photo madeincarcere]

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