Ministro Boschi, se in politica la bellezza diventa un problema

Il Pd contro la Rai. Ai democratici la clip satirica sul ministro Boschi, interpretata da Virginia Raffaele, trasmessa da Ballarò e poi caricata su Youtube, non è piaciuta per niente. E l’altro ieri ha spinto il renziano Michele Anzaldi, membro della commissione vigilanza, a scrivere una lettera alla presidente della Rai Anna Maria Tarantola.

«Mi permetto di chiederle – scrive Anzaldi – se condivide l’imitazione di Maria Elena Boschi a Ballarò e se ritiene opportuno che un ministro giovane, che finora ha dimostrato preparazione e capacità, sia ritratta come una scaltra ammaliatrice che conta solo sul suo essere affascinante. È questa l’immagine che il servizio pubblico della Rai, e Raitre in particolare, vuole dare alla vigilia dell’8 marzo?» Il caso si apre dopo le polemiche sulle battute sessiste rivolte da un inviato delle Iene, Enrico Lucci, proprio al neo ministro per le Riforme. Che, pare, si sia sfogata direttamente con il premier nel corso di un lungo colloquio telefonico.

Le allusioni, nemmeno troppo velate, alla sua bellezza fisica, non sono una novità per la Boschi, sin da quando nel 2013 fu l’organizzatrice della Leopolda e vi si presentò esibendo un tacco 10 leopardato. Da quel momento per lei non c’è stata tregua. «L’amazzone di Renzi», come è stata definita, si è conquistata (suo malgrado) nell’immaginario collettivo la reputazione di donna capace arrivare alla segreteria del Pd prima, e al governo poi, per doti non propriamente politiche. E l’imitazione della Raffaele, giunta alla ribalta in una settimana difficile e piena di tensioni, sarebbe stata la classica goccia che fa traboccare il vaso.

La clip della comica, in effetti, non è esattamente lusinghiera. Una Boschi tutta tirata e ancheggiante raggiunge l’ufficio, dove deve sostenere un’intervista. Risponde alle domande del giornalista ripetendo sempre le solite frasi di rito, come una cantilena imparata a memoria, insegnatale dagli esperti di comunicazione dello staff renziano. Insomma, quello che emerge è il ritratto di una donna dal fascino ammaliante, ma del tutto priva di cultura politica, che avrebbe fatto strada solo grazie al suo potere di seduzione. Logico che al ministro, costretto in settimana a difendere in Parlamento gli indagati che sono diventati sottosegretari e a scontrarsi con le donne del suo partito sulle quote rosa, non sia andata giù. E, nonostante la smentita su Twitter, dove la Boschi ha gettato acqua sul fuoco, la polemica rimane aperta. Anche perché più di qualcuno ha paragonato le proteste del Pd nei confronti della Rai al famoso editto bulgaro con il quale nel 2002 Berlusconi di fatto cacciò Biagi, Santoro e Luttazzi dal servizio pubblico.

«La satira – chiarisce Anzaldi – deve correggere il costume, almeno questo era l’intento dei classici. Qui invece non si corregge niente: questa ragazza (la Boschi, ndr) non ha sbagliato niente, eppure le danno addosso. Io dico: fatela sbagliare, aspettate che sbagli e poi le date addosso, non prima. Ma che ha sbagliato? È studiosa, preparata, non compare in alcun scandalo sessuale». Non ha tutti i torti, in fondo, il deputato del Pd. Perché la tendenza, spiccatamente italiana, di pensare la donna in politica come bellezza senza cervello è uno stereotipo che, nel 2014, sarebbe ora di superare. È vero, molte personalità femminili che in questo momento siedono in parlamento non sono certo l’emblema dell’intelligenza. Ma formulare giudizi sulla base di pregiudizi è un esercizio becero e inutile. Riesce a guadagnarsi facilmente le risate del pubblico, questo sì, perché fa leva sull’istinto e non sulla ragione. Ma sono risate fini a sé stesse, che determinano il fallimento di quello che è, o perlomeno dovrebbe essere, il principale compito della satira politica: mettere in luce le contraddizioni della nostra classe dirigente e farsi portavoce di un’esigenza di cambiamento. Criticare l’operato di un ministro è un conto, ridicolizzarlo secondo l’equazione bellezza uguale ignoranza è un altro.

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