Motogp: fino a che punto è giusto sanzionare lo spettacolo?

23 Ottobre 2011: durante il primo giro del Gran Premio della Malesia, Marco Simoncelli perde il controllo della sua moto e nel tentativo di non cadere, taglia la pista trasversalmente, venendo investito dall’amico Valentino Rossi che non può fare nulla per evitarlo. A seguito delle ferite riportate, il giovane pilota italiano muore.

13 Ottobre 2013: durante il secondo giro del Gran Premio della Malesia, Axel Pons perde il controllo della sua moto, che finisce in mezzo alla pista e viene colpita da cinque piloti, causando il caos totale e provocando altri incidenti minori. Incredibilmente nessuno rimane ferito.

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In questi giorni si è più volte sentito parlare di una sorta di connessione mistica tra i due avvenimenti, come se il Sic, da qualsivoglia luogo si trovi ora, fosse intervenuto per evitare che il suo personale dramma si ripetesse. Non si può negare che la collisione in Moto2 sia stata devastante e che sia incredibile che tutti i piloti coinvolti siano usciti illesi ma in tutto questo Marco Simoncelli non ha alcun ruolo. Di fronte ad avvenimenti come questi è facile essere irrazionali e trovare collegamenti che non esistono, ma la realtà va sempre affrontata per quella che realmente è: le gare di moto sono pericolose e quando ci sono incidenti di questo tipo, la differenza tra la vita e la morte è quasi interamente una questione decisa dal caso.

Il dibattito sulla sicurezza si protrae in maniera approfondita fin dall’inizio delle competizioni a motore e sarebbe troppo lungo e superfluo ripercorrerlo nella sua interezza. Quello che è interessante analizzare, riguarda il rapporto tra sicurezza e spettacolo, di cui si è parlato lungamente durante e dopo il Gran Premio della Malesia.

Il circuito di Sepang è ormai tristemente noto per l’incidente mortale di Simoncelli ed è quindi inevitabile che si tratti l’argomento fin dal venerdì. Quest’anno inoltre, si è arrivati all’appuntamento malese sulla scia delle polemiche per il contatto tra Marquez e Pedrosa ad Aragon, che ha causato (indirettamente) la caduta del secondo e il conseguente addio alla lotta per il titolo. Nel paddock non si discuteva d’altro che della (non)penalizzazione inferta a Marc: un punto in meno sulla patente personale del pilota e nessuna detrazione di punti nella classifica Mondiale. Insomma, un avvertimento (l’ultimo) più che una punizione.

Per alcuni è stato un provvedimento troppo severo, considerando che il ragazzo è al suo primo anno con queste moto e l’incoscenza va di pari passo con l’inesperienza; secondo altri, è stata una decisione troppo tenue, perchè in uno sport pericoloso non possono essere tollerati i comportamenti fuori dalle righe. L’intenzione di chi scrive non è quella di entrare in questo dibattito ma di porre una domanda: fino a che punto si deve penalizzare lo spettacolo in favore della sicurezza?

Sicuramente la guida di Marc Marquez può essere catalogata come aggressiva e alcuni la paragonano proprio a quella di Marco Simoncelli, arrivando addirittura ad sentenziare lo stesso destino per lo spagnolo se non cambierà stile e atteggiamento. Tralasciando l’enorme inadeguatezza logica in pensieri come questo, è importante ricordare che tantissimi piloti sono stati bollati come “aggressivi” o “pericolosi” nel corso della loro carriera, senza che fossero mai realmente pericolosi a causa dei loro comportamenti.

A questo proposito, non si può dimenticare la rivalità tra Valentino Rossi e Max Biaggi che tra gomitate, dito medio alzato in curva e “sportellate” ad altissime velocità sono spesso andati ben oltre i limiti del regolamento, senza mai essere sanzionati; oppure le prime stagioni di Lorenzo, nelle quali si fece notare principalmente per le cadute e gli incidenti, così come lo Stoner della prima annata in Motogp, quando non era ancora “Bastoner” ma “Rolling Stoner“. E’ bene anche ricordare lo stesso Dani Pedrosa, che ora attacca Marquez ma sembra non ricordare quando fece cadere Nicky Hayden nel penultimo GP della stagione 2006 mettendo a rischio la sua inclumità e il titolo Mondiale dell’americano.

Sicuramente è importante che i piloti non si spingano mai oltre i limiti ma bisogna ricordarsi che questo sport è tradizionalmente e inevitabilmente pericoloso e che i protagonisti ne sono pienamente consapevoli. Correre in moto deve essere uno spettacolo e l’aggressività è un requisito minimo affinchè le corse restino interessanti e non diventino noiose e “preconfezionate” come quelle della Formula 1. Il paragone con le monoposto non è casuale: la sensazione è che la Motogp stia prendendo quella direzione con l’intento (o la scusante) di aumentare gli standard di sicurezza, obbligando i costruttori a produrre moto dove regna l’elettronica e la bravura del pilota è messa in secondo piano.

Quello che gli organizzatori del Motomondiale sembrano non tenere in considerazione, è che la maggior parte degli incidenti gravi sono stati causati da problemi della pista o del circuito, non dalla guida dei piloti. Lo dimostrano le morti di Kato nel 2003 e di Tomizawa nel 2010, con il primo che andò a schiantarsi contro un muro posto vicinissimo all’uscita di curva e il secondo che venne investito dopo aver perso il controllo della moto che era finita sulla scivolosa erba sintetica.

Si deve accettare che non si raggiungerà mai una situazione di assoluta sicurezza, proprio perchè il pericolo è intrinseco a questo tipo di competizione. L’incidente della Moto2 della scorsa domenica ne è la prova: una situazione simile non si può evitare in nessun modo.

Dare sempre maggiore importanza all’elettronica non serve che a far scappare i veri piloti (non solo Stoner, anche Lorenzo e Rossi hanno manifestato perplessità a riguardo negli ultimi anni) che si rifiutano di guidare moto che annullano il talento dei singoli, mettendo il destino delle gare nelle mani degli sviluppatori.
D’altronde, ciò che ha reso così popolare la Motogp non è certo lo sviluppo dei telai o il controllo automatico della trazione, ma le battaglie leggendarie senza esclusione di colpi, che hanno appassionato milioni di spettatori in tutto il mondo.

Oggi la paura di molti è che le gare si appiattiscano e perdano quel fascino unico conferito non solo dalla pericolosità di questo sport ma anche e soprattutto da un sano agonismo e da una volontà perenne di essere spettacolari.

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